L’occhio più azzurro, romanzo d’esordio di Toni Morrison (1970)

L' occhio più azzurro - Toni Morrison - copertina
L’occhio più azzurro [The bluest eye]

Ci sarebbero mille cose da dire di questo libro.

È un racconto di bambine, ma non è per bambine. Anzi, non è un libro per deboli.

Pecola è la protagonista di una storia lunga quattro stagioni, ambientata nei primi anni Quaranta del Novecento. A raccontarla è la voce della coetanea Claudia. Pecola è la bambina di una famiglia nera disastrata dove regna il disprezzo per il suo non essere né bella né aggraziata e il suo sogno più grande è di avere occhi azzurri, come Shirley Temple, per assomigliare ai bianchi che sembrano così felici, ma anche perché è convinta che la vita, vista con gli occhi azzurri, sia più bella.

È una storia di cui l’autrice ci racconta crudelmente il finale, già nella prefazione,questo perché “non c’è davvero niente da dire – eccetto il perché. Ma siccome è difficile spiegare il perché, ci si deve rifugiare nel come“.

Il perché e il come sono una denuncia di ciò che è stata la storia dei neri d’America, del razzismo strutturale che nella sua violenza trasforma le vittime in carnefici e si accanisce sulla parte più fragile del sistema, i bambini, e più precisamente nella sua metà più vulnerabile, le femmine.

The Radical Vision of Toni Morrison - The New York Times

La lunga gestazione di questo libro, dal 1964 al 1969, copre il periodo dei movimenti per l’emancipazione degli afroamericani e getta una luce nuova sulla narrativa del tempo perché, per la prima volta, tonimorrison impone una precisa scelta linguistica: Claudia parla con la lingua dei neri dell’Ohio, con quel registro confidenziale e sussurrato che pare di sentire le donne sedute alla veranda.

Questa innovazione linguistica è interessante almeno quanto la storia di denuncia, perché rappresenta lo sdoganamento di uno slang che è esso stesso il frutto dell’oppressione bianca, ed è potentissimo il modo in cui l’autrice apre il libro smontando una ridicola filastrocca dai libri di scuola. Una filastrocca per bianchi.

Ma il tema per cui universalmente questo libro viene riconosciuto è quello del mito della bellezza, così ottuso da escludere quasi la metà della popolazione, per cui merita questa citazione: “Paragonando la bellezza alla virtù, lei si svuotava la mente e accumulava manciate di disprezzo per sé stessa“.

Come nel verso della famosa poesia di Wizlawa Szimborska, “preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri“, noi siamo così, condannati a desiderare quello che ci manca, convinti che la felicità stia lì dove la nostra mano e il nostro sguardo non arrivano.

E’ una questione di narrative personali: la nostra realtà non è mai oggettiva, essa è sempre il prodotto di come noi scegliamo di raccontarla. Ma anche di come gli altri ce la raccontano e noi scegliamo di accettarla.

E se una narrativa devastante, distruttiva, legata a un giudizio sulla tua bellezza o sul tuo valore umano viene proprio dalla tua famiglia, o dalla tua gente, e tu sei una bambina, sei spacciata: l’unica fuga possibile è sognare di essere altro, magari di avere gli occhi azzurri.

E la faccenda grave è che a Pecola, alla fine, gli occhi azzurri le vengono per davvero, ma il prezzo è altissimo.

E poi c’è quel linguaggio del popolo che è come uno spiritual sussurrato, che sembra un coro emesso dalla voce sola della narratrice Claudia: è magico, ed è stupefacente scoprire che questo libro, così perfetto, così totale, è stato il primo della scrittrice.

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