Mai stati così felici, American dysfunctional

La copertina è bella nei suoi colori tenui e autunnali e anticipa una metafora lunga tutto il romanzo: in Giappone il gingko biloba è l’albero sacro che rappresenta le cose immutabili, ma anche la speranza. Peccato che i suoi frutti puzzano.

Mai stati così felici

Il gingko è l’albero che vigila sul giardino della famiglia Sorensen, testimone del primo incontro amoroso fra i giovanissimi David e Marilyn, dell’infanzia e la vita adulta delle loro figlie Wendy, Violet, Liza e Grace. Tutto infuso di quella felicità che viene dall’amore vero, l’amore di una vita.

Non è il mattone che sembra, le 700 pagine in realtà sono stampate larghe e con molte interruzioni, diciamo che gli editori hanno puntato sulla volumetria per un maggiore impatto emotivo. In realtà si legge d’un fiato.

L’analisi psicologica è il tema dominante del romanzo, fondata su quelle teorie psicologiche (ad esempio Gail Gross), più o meno veritiere, che identificano la personalità anche in base all’ordine di nascita in famiglia:

<p class="has-drop-cap has-bright-blue-color has-text-color" style="line-height:1.5" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Violet non aveva mai dato loro alcun motivo di preoccupazione. Wendy era sempre stata emotivamente agitata, fin da piccola, e dopo la vita si era scagliata contro di lei senza pietà.Violet non aveva mai dato loro alcun motivo di preoccupazione. Wendy era sempre stata emotivamente agitata, fin da piccola, e dopo la vita si era scagliata contro di lei senza pietà.

Liza era impulsiva e caparbia, un tratto del carattere che nelle ansie di Marilyn derivava dal fatto che era rimasta parcheggiata al centro della famiglia, e lì veniva spesso urtata sulla fiancata o tamponata da dietro. E Grace era la piccolina; li chiamava ancora parecchie volte la settimana, chiedeva loro consigli e piccole somme di denaro; solo qualche giorno prima David aveva dovuto spiegarle al telefono passo dopo passo come cambiare il sacco dell’aspirapolvere.

Marilyn si preoccupava delle altre tre, ma non si preoccupava quasi mai di Violet. E quella, lo capì, era una svista enorme, un grave torto nei riguardi della figlia

In effetti Violet è un bel fiume di guai, perché spunta Jonah, figlio “segreto”, che dopo 15 anni trascorsi tra famiglie adottive, case famiglia e genitori affidatari approda improvvisamente in questa casa e porta una ventata di scompiglio nelle vite di ognuno. Lentamente, infatti, il bagliore che avvolge la felicità familiare comincia a sfarfallare proprio sulle sorti delle sorelle Sorensen, rivelando zone d’ombra sempre più dure e dolori immensi da sopportare.

Mentre tutta la famiglia si affeziona a Jonah, ragazzo pacatissimo e riflessivo, Violet fa i conti con la propria affettività irrisolta: lei, la madre naturale, che nonostante altri due pargoli e un matrimonio apparentemente sereno, dimostra e riconosce a sé stessa di avere meno istinto materno di un chiodo e di essere quella str—- delle quattro.

Questo libro piacerà dunque agli amanti del romanzo psicologico, perché Claire Lombardo (già paragonata a Jonathan Franzen e Anne Tyler) è bravissima a rappresentare le sfumature del carattere e i moti del pensiero, in una narrazione leggera e incisiva.

Certo, occorre un robusto esercizio di 𝑠𝑢𝑠𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛 𝑜𝑓 𝑑𝑖𝑠𝑏𝑒𝑙𝑖𝑒𝑓 per credere che una madre e un padre così accorti possano dare al mondo quattro figliole tanto “pesanti”, così come è difficile comprendere come il povero Jonah possa reagire con flemma da vegliardo alla sua breve vita di abbandoni e solitudine, ma il libro fondamentalmente funziona. C’è anche una sostanziosa dose di sesso nel libro, sesso coniugale e sesso compulsivo, non sempre utile alle finalità narrative e qui si materializza il mio sospetto: nonostante una narrativa piacevole e ben fatta, l’intento televisivo di questa storia è evidente (infatti sembra essere già in corso la versione TV, prodotta da Laura Dern e Amy Adams).

In sostanza, Balzac in chiave Netflix.

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