Diary – Art for art’s sake

“A quello che non capisci puoi dare qualsiasi significato”.

Diary - Chuck Palahniuk - copertina

Capita di sentirsi inadeguati di fronte al talento linguistico di Chuck Palahniuk, e allora qualsiasi frase si riesca a formulare, per descrivere la forza delle sue narrazioni, risulta una frase fatta: “Niente è come sembra!” “Perché facciamo quello che facciamo?!”. Di certo queste osservazioni elementari non sono adatte a descrivere la complessità dell’autore, né l’impatto diverso che avrà su ciascun lettore.

Diary è appunto una storia che sollecita questo tipo di osservazioni, ma lascia un senso di impotenza che è l’impotenza di ciò che è difficile da raccontare.
Abbiamo Misty Wilmot, cameriera di un hotel di lusso, costretta ad assistere il marito Peter in coma dopo un tentato suicidio, colma di rabbia perché il fallimento del suicidio è la conferma di tutti i suoi fallimenti precedenti. Nel suo diario (che poi sembra piuttosto un racconto orale) annota puntigliosamente i dettagli più graphic di come il corpo del marito si sta degradando nel suo letto d’ospedale, cancellando tutta la dignità, portando uno sgradito spoiler della morte.

Intanto, però, l’intera popolazione dell’isola di Waytansea (Wait-and-see, aspetta e vedrai), amena località che sopravvive solo in grazia del turismo crasso e volgare dell’American dream in via di sgretolamento, conta sull’immenso talento artistico di Misty, che lei ha chiuso nella naftalina insieme al suo vestito da sposa, per risollevare le sorti del luogo dal torpore e dall’impoverimento inflitti dall’economia dello sfruttamento. Regista del progetto, a prima vista grazioso, è la suocera Grace, coadiuvata dalla figlioletta di Misty, Tabbi. Ma non sarà un progetto facile, perché “niente è come sembra”, credete. Né sarà indolore, perché Grace, infinitamente malefica e perversa, sa che Misty ha bisogno di essere completamente anestetizzata e privata della sua volontà per liberare il suo talento artistico.

È Misty che parla nelle pagine del suo diario e il suo linguaggio è chiaro, tagliente, diretto. All’inizio. Poi succede che Misty viene drogata a sua insaputa, ripetutamente, e allora assistiamo, dapprima lievemente disturbati, poi sempre più stupiti, a una trasformazione graduale in cui le frasi si fanno confuse, intorpidite, entrano ed escono da uno stato di sogno e allucinazione, rivelano le cose in modo casuale perché “niente è come sembra”.

Diary è un libro che parla di morte o di morte in vita (“Ognuno vive nel suo coma personale“), ma anche del senso dell’arte, di ciò che spesso si decide di abbandonare in nome di una vita da copione che altri hanno scritto per noi.

Misty, senza nemmeno capire come, dimentica il suo talento artistico fino ad abbandonarlo, per fondare la sua illusione di felicità sul sogno americano della casa con giardino e tanti soldi per anestetizzare il dubbio.

Chuck Palahniuk - Wikiquote

Ecco che quindi la pietà che avremmo dovuto sentire per il marito comincia a spostarsi su di lei. Ecco che dentro il lettore si formano domande terribili: Misty, cosa sei disposta a lasciare in nome della felicità che gli altri hanno disegnato per te? In quanti bicchieri riuscirai a diluire il dolore sordo di ciò che hai scelto di non scegliere? Pensi davvero che un giorno potrai disporre nuovamente del tuo talento, libera dal ciarpame che ti inchioda a terra?

Diary è un libro che, nel consueto stile tagliente e ipnotico di Chuck Palahniuk, rivela i risvolti più oscuri della mente, la paura di realizzarsi, il fatto che “passi tutta la vita a diventare Dio e poi muori” (cit. da Invisible monsters). Non lascia indifferenti, casomai impotenti.

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