Damasco, un caffè dolceamaro

Ogni volta che si legge un romanzo palestinese si viene vertiginosamente travolti da una moltitudine di personaggi, tutti parenti fino all’ennesimo grado del protagonista, a costruire una famiglia sterminata che sembra quasi fare da scudo protettivo contro una bieca volontà storica che ha strappato, popolo intero e singoli individui, alla propria terra.

Succede con l’impressionante folla che compare in Ho visto Ramallah, del poeta Murid Al Barguthi, e succede con il quinto libro scritto nel 2016 da Suad Amiry, ambientato non in Palestina ma a Damasco, città d’origine della madre (proveniente dalla famiglia Baroudi della ricca borghesia mercantile) e dunque seconda residenza di Suad durante le estati e in diversi momenti della sua vita.

Suad Amiry racconta Damasco: «Era la perla dell'Oriente» | Left

Il quadro storico abbraccia l’intero Novecento, raccontando tre generazioni sullo sfondo dello splendore e declino della capitale siriana (il periodo narrato va dal 1862 al 1998).

Non è un romanzo perché non c’è una trama definita, piuttosto una raccolta di ricordi sparsi, rimessi insieme come in un album di fotografie di cui, ci ammonisce la scrittrice, non sempre è facile ricostruire la vera storia, ma si tenta di rievocare i fatti lasciando spazio all’interpretazione, alle supposizioni, spesso ai sogni e alle illusioni.

Attraverso questi ricordi Suad ci conduce in una passeggiata attraverso la Damasco del suo massimo fulgore e le stanze della sontuosa casa del nonno Beit Jiddo, rievoca la storia delle antiche tradizioni siriane: l’organizzazione familiare, la casa (incantevole il patio centrale dove pullula la vita della famiglia e la servitù), l’hammam, la cucina, gli innumerevoli giri di caffè, la scuola (traumatica per Suad, affetta da una dislessia che non trovava nessuna pietà presso gli ignavi maestri degli anni Cinquanta), i funerali, i divertimenti… Il linguaggio è limpido e sincero e lascia trasparire la commozione e l’amarezza per quello che è stato e per la rovina che è rimasta.

CULTURA. Damasco, la città-oasi

Un capitolo in particolare è notevole, perché narra la complessa organizzazione del matrimonio nei termini di ciò che Fatima, la sposa in questione, NON ha avuto, in quanto data in sposa a 11 anni in cambio di soldi per curare il fratello malato:

“Se la situazione fosse stata normale, le cerimonie che precedono il matrimonio vero e proprio avrebbero richiesto qualche Settimana. La faccenda non si sarebbe ridotta a una contrattazione di tre giorni tra i due uomini e una tulbeh sotto tono condotta da donne”.


Una piaga ancora attuale da cui Fatima, dodicenne con un figlio avuto da un uomo sgradevole e sconosciuto, si “libera” accettando di offrirsi schiava alla famiglia Baroudi. 

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