Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea – Bitter fruit

Suad Amiry, architetto e scrittrice palestinese, ha raccontato in diversi romanzi la storia personale del suo popolo, soffermandosi sulla capacità di sopravvivere alla Nakba palestinese sfoderando un inaspettato umorismo e ricordando con grazia i tanti dettagli della vita familiare e delle tradizioni popolari che la disseminazione dei profughi palestinesi in tutto il mondo rischia di dimenticare.

Nel ricostruire il quadro storico della propria famiglia si è dedicata dapprima a Damasco, città dìorigine della madre.

The Port of Old Jaffa - Tel-Aviv - Israel - AHAVART

Con Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea è andata a Giaffa, quartiere di Tel Aviv famoso al mondo per le arance, ma anche per la tradizione di pesca che era propria dei palestinesi fino alla Prima Guerra mondiale, alla ricerca della casa paterna. Non c’era più, spazzata via dalle razzie e dai bombardamenti dell’occupazione israeliana del 1947.
Ma ha trovato una storia d’amore tenerissima, raccontata dagli stessi protagonisti che vola diretta al cuore con la leggerezza di un aquilone in un giorno di festa, pur in mezzo al fragore delle bombe.

Per riassumerla mi vengono in mente solo due parole, ma importanti, dal messaggio-testamento di Vittorio Arrigoni, che la Palestina l’ha vissuta fino in fondo: “RESTIAMO UMANI“. Serve una volontà santa per resistere all’imbarbarimento che la storia infligge periodicamente a popoli e nazioni, a volte con la complicità di intere nazioni prese a fare i conti con la propria coscienza.

Nel 1947, gli inglesi si apprestano ad abbandonare il mandato sui territori arabi a favore dell’istituzione di uno “stato ebraico”, frettolosamente riconosciuto dall’ONU in totale indifferenza verso gli abitanti indigeni. Prima della partenza, però, gli Inglesi avevano favorito un lungo e graduale insediamento di ebrei clandestini nel tessuto della città, assicurando loro i posti di controllo politico e i rifornimenti di armi in caso di opposizione da parte dei Palestinesi.

E opposizione vi fu, sotto forma di scioperi legati proprio all’attività agricola (sotto il controllo inglese) e attacchi isolati contro le forze israeliane.

Subhi è un quindicenne meccanico, figlio ribelle di una famiglia proprietaria di uno dei numerosi bayyara, gli aranceti che fanno la fortuna di Giaffa. Nella sua simpatica operosità araba, con la bravura nel riparare pompe idrauliche guadagna il rispetto dell’imprenditore inglese Khawaya Michael, che gli regala un abito in lana di Manchester. È una conquista eroica, il lasciapassare per un mondo di eleganza e benessere che caratterizza la Giaffa del tempo, appena minacciata dai rumori della storia.

Ma soprattutto, per Subhi è la chiave per conquistare il cuore della tredicenne Shams, figlia dell’operaio Khalil; è il suo abito di nozze, la sua promessa di felicità. Ma quando la Storia irrompe nelle semplici vite dei ragazzi e delle loro famiglie, questa piccola illusione viene ferocemente infranta dalla violenza con cui ebrei e collaboratori palestinesi scacciano i residenti da ogni quartiere della città, si appropriano di case e terreni e condannano i palestinesi a una diaspora che non si è ancora conclusa.

E proprio mentre la città ritrovava il suo ritmo, la voce che girava da qualche tempo diventò di colpo certezza: il governo britannico poneva ufficialmente fine al mandato sulla Palestina. Avrebbe ritirato le truppe il 14 maggio 1948 a mezzanotte. Gli inglesi avevano deciso che il famoso Piano di partizione dell’Onu – che sarebbe stato votato all’Assemblea generale il 29 novembre – non era affar loro. Palestinesi ed ebrei avevano due mesi per elaborare una strategia e mostrare i muscoli – sempre che di muscoli si potesse parlare, e nel caso dei palestinesi non era poi così sicuro. Intanto che i politici dei vari partiti si accapigliavano sui pro e i contro del ritiro, il resto della popolazione si sentì invadere dalla paura e dalla confusione. La superiorità militare degli ebrei era evidente. Che futuro si prospettava per gli abitanti di Giaffa?

È la nakba, la grande tragedia del popolo palestinese.

L’abito, come la mucca ebrea che segnerà il destino di Shams, sono i simboli di una felicità negata, di una costante e smisurata oppressione che vede contrapposte due forze, ebrei e palestinesi, totalmente sbilanciate.

Lo racconta anche il Mediterraneo, tomba fluida di chi sceglie la fuga per mare, in un oscuro presagio di destini a venire. Lo racconta qualunque palestinese incontriate oggi per il mondo, dall’Europa al Cile, come tanti Giona sputati dalla balena.

Fin dalla notte dei tempi, le popolazioni del Mediterraneo si erano lasciate ingannare dall’aspetto rassicurante di quelle acque azzurre, di cui credevano di potersi fidare come di un vecchio amico.

Ma in quei giorni maledetti di fine aprile, la burrasca infuriò per tre giorni e tre notti. Molti furono inghiottiti per sempre dalle onde. Altri furono risputati a riva come il profeta Giona.

I loro figli, e i figli dei loro figli, si aggirano ancora oggi in quelle terre sconosciute, lontano da casa.

Eppure, nella drammatica elencazione degli abusi degli ebrei, non c’è vittimismo in questo libro, anzi l’autrice riconosce il ruolo di tanti ebrei di buona volontà, come Rifka, che si finge musulmana per adottare Shams e le sorelle dopo la perdita dei genitori; riconosce anche l’ottusa rigidità dell’Awqaf, autorità palestinese, all’indomani degli sgomberi e dei ricongiungimenti.
C’è una religiosità di fondo che scavalca i credo e chiosa il finale, lieto solo a metà: Bismillah, in nome di Dio, la vita ricomincia sempre.

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