Dovremmo essere tutti femministi, un punto di vista originale

Dovremmo essere tutti femministi è un saggio brevissimo che raccoglie un Ted Talk di Chimamanda Ngozi Adichie del 2012. Non è un’opera nuova o rivoluzionaria sul tema del femminismo, ma è senza dubbio originale, e come tale capace di suscitare una riflessione proficua. Con qualche riserva.

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Originale perché abbiamo una “femminista” con il rossetto e la voce sexy, proveniente da un Paese africano in cui la cultura del femminismo è estranea per molti aspetti, relegata e delegata a una discussione accademica, considerata troppo complessa, in un Paese ancora alle prese con contraddizioni sociali enormi e una gioventù in fuga, per cominciare ad affrontarla da qualsiasi parte. Per questo stesso motivo la posizione “periferica” di Chimamanda, rispetto alla cultura femminista degli ultimi quarant’anni, le consente il vantaggio di una visione originale, capace di andare più direttamente al dunque di una questione ancora complicata.

Comincia con una battuta divertente, avvertendoci che la sua idea di femminismo non corrisponde al cliché delle donne “antagoniste”, che picchiano gli uomini e non si radono. La sua idea di femminismo è molto più pratica, quasi terra terra. Prende il via dalla constatazione della cultura maschiocentrica in cui è cresciuta lei in Nigeria e noi in Europa, o anche negli Stati Uniti: la cultura che pone i maschi in una situazione di superiorità fin dalla nascita. Da sola, questa “tradizione” è responsabile di tutta la subordinazione femminile che con tanta difficoltà si sta cercando di scalfire, in un lavoro che assomiglia a quello di Sisifo, perché ciò che si ripete all’infinito, da generazioni, i ruoli sociali che si assegnano tipicamente, alla fine diventano la norma.

Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo per pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse debba per forza essere un maschio. Se continuiamo a vedere solo uomini a capo delle grandi aziende, comincia a sembrarci “naturale” che solo gli uomini possano guidare le grandi aziende.

Da questa iniqua e millenaria ripartizione dei poteri deriva una codifica dei ruoli di genere che diventa “educazione”, impartita sin dall’infanzia, fino a che gli individui si identificano in essa e non sentono più la necessità di metterla in discussione. Un’educazione che prende due direttrici distinte nel caso dei maschi e delle femmine

Passiamo troppo tempo a insegnare alle ragazze a preoccuparsi di cosa pensano i ragazzi. …Insegniamo alle femmine a restringersi, a farsi piccole. Diciamo alle femmine: puoi essere ambiziosa, ma non troppo. Devi puntare ad avere successo, ma non troppo, altrimenti minaccerai l’uomo. […] Mi sono sentita dire se non avevo paura di intimidire gli uomini. Non era un mio timore, anzi, non ci avevo mai pensato, perché un uomo intimidito da me è esattamente il tipo di uomo che non mi interessa.

E’ un monito rivolto a tutti gli educatori: insegnanti, genitori, allenatori, formatori; ma salendo la gerarchia, anche l’establishment porta dietro la logica della discriminazione di genere, con tutte le conseguenze eclatanti che il femminismo storico ha provato a smantellare. Chiunque, portandosi addosso la tara della cultura patriarcale, la trasmette suo malgrado ai ragazzi, perpetrando un solco insanabile.

La soluzione, secondo Adichie, parte proprio dall’educazione:

Io vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo piú giusto. Un mondo di uomini e donne piú felici e piú fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli.

Non basta ancora. Non basterà per diverse generazioni. Il raggiungimento della parità di genere appare lontanissimo, da troppi segnali che vediamo in giro, anche se il discorso di Chimamanda non fa una piega!

Questo è anche il limite di un “libro” di 60 pagine che, nella sua semplicità e schiettezza, colpisce diritto nel segno per il pubblico vasto, in particolare per le generazioni più giovani, ma di fatto non offre nulla al dibattito internazionale, non fornice una chiave di reale cambiamento dei comportamenti, delle politiche attive, del coinvolgimento accademico e imprenditoriale. Non sarà stata questa la pretesa dell’autrice, certo, ma rimane un senso di incompletezza al termine della lettura.

Dovremmo essere tutti femministi (We should all be feminist)
Chimamanda Ngozi Adichie; trad. Francesca Spinelli
Einaudi, 2015 (Vele)
P. 50
9,00 euro

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