Ragazza, donna, altro: le dodici Amazzoni

Questo libro di Bernardine Evaristo, è simile a un patchwork, dove i singoli pezzi hanno pattern propri, a volte inaccostabili, ma insieme formano un mosaico nuovo e sorprendentemente coerente. I pezzi in questione rappresentano vite di donne (12, per l’esattezza), più o meno “nere”, donne immigrate provenienti da ogni colonia britannica. Si può leggere come un romanzo ma anche come una serie di racconti autonomi, tenuti insieme nella cornice narrativa di una rappresentazione teatrale dal roboante titolo di The last Amazon of Dahomey. È uno spettacolo sulla rivincita di amazzoni lesbiche, messo in scena nel teatro più borghese di Londra (il National Theatre, per la cronaca), dal successo impensabile fino a pochi anni fa. E mentre il racconto della vita dell’eccentrica anglo-nigeriana Amma, l’autrice teatrale che a quasi 60 anni trova il successo professionale dentro quella Londra che l’ha sempre tenuta ai margini, le vite di altre donne si snodano tutto intorno, a coprire un arco temporale di oltre due secoli. L’epilogo finale ricuce insieme tutti questi tasselli, in modo sorprendente e significativo.

Le dodici protagoniste hanno fra i 19 e i 93 anni. Sono diverse fra loro: donne in carriera, inservienti, vedove, transgender e lesbiche ipersessualizzate, madri e figlie in conflitto. Spesso, poi, i racconti passano attraverso generazioni di una stessa famiglia: madre-figlia, nonna-nipote etc. Le loro parabole si sovrappongono agli eventi della Storia britannica e raccontano, grazie al confronto fra le generazioni, l’evoluzione della cultura inglese (con un accento spietato sulla decadenza economica e culturale di oggi, che si palesa soprattutto nella pessima situazione delle scuole pubbliche). Si concentra sui rapporti di forza fra uomini e donne, sulle famiglie arricchitesi con il commercio di schiavi, sulle odiose disparità di trattamento economico e professionale, sul razzismo più o meno manifesto verso gli immigrati dalla prima alla terza generazione.

Fra queste donne c’è anche Penelope, l’unica bianca (per giunta borghese e razzista), la cui lunga vita tocca tangenzialmente quella delle altre donne. Attraverso i filtri deformanti di chi l’ha conosciuta ne avremo un ritratto impietoso, ma quando arriva il suo turno scopriremo che anche lei ha vissuto, sulla propria pelle bianca, il sapore amaro della società patriarcale. L’umiliazione di un tempo in cui alle donne maritate veniva impedito di svolgere un lavoro, non importa quanto erano state brave prima (il riferimento è all’odioso principio del Marriage Bar, in vigore fino a una parte avanzata del Novecento).

Un’intervista molto interessante a Bernardine Evaristo mette in luce la genesi di questo libro (che nel 2020 ha vinto il Booker Prize arrivando a un insolito e controverso ex-aequo con Margareth Atwood).

Booker winner Bernardine Evaristo: 'I've broken through . . . ' | Financial  Times

L’autrice racconta di aver scritto un primo racconto nel 2015, concentrandosi sul personaggio di Carole (la giovane economista di successo, fidanzata con un bianco e attratta dal mondo borghese così distante dai valori che le ha impartito la madre). Gli altri racconti avrebbero dovuto orbitare intorno a Carole, ma poi l’autrice ha dato una svolta drammatica a tutto l’impianto tematico, scegliendo come protagonista la regista teatrale Amma. Con Amma il romanzo diventa in qualche modo marxista, poiché irrompono con urgenza i temi dell’omosessualità, della discriminazione femminile, della ridefinizione dei ruoli sociali. Ma anche delle ingiustizie e del divario sociale fra inglesi e immigrati, prima e dopo Brexit.

Sullo stile narrativo di cui tutti parlano: bello sì, rivoluzionario non tanto. L’autrice si libera dei punti e delle maiuscole e racconta le storie mescolando il reported speech con la prima persona, consegnando lo svolgimento della trama ai monologhi delle protagoniste: è una scelta linguistica di notevole effetto, anche se le voci di donne così diverse alla fine sono assurdamente tutte uguali. I tentativi di rinfrescare i racconti delle più giovani con qualche termine dello slang moderno li ho trovati un po’ goffi. Spesso accade che alcune scene vengono narrate da voci diverse, connotandosi anche di interpretazioni diverse. Narrativamente parlando, le storie delle donne più anziane (Bumma, che è arrivata dall’Africa, Hattie, che ha 93 anni e una famiglia enorme) sono quelle più toccanti, perché quel mondo di subalternità che raccontano rivela un processo lentissimo e ancora necessario di conquiste minuscole, un mondo che diventa ancora più odioso agli occhi delle loro discendenti.

Take home message: prendete una donna qualunque e vi racconterà di esperienze di “discriminazione” più o meno velate (discriminazione, nella migliore delle ipotesi. Lasciamo da parte l’aspetto sessuale). Per aiutarvi a riflettere sulla sottigliezza della discriminazione sessuale anche dopo decenni di femminismo, leggete “Dovremmo essere tutti femministi” di Chimamanda Ngozi Adichie. Questo libro propone storie diverse, ogni donna saprà riconoscersi in una delle storie delle dodici piccole e grandi amazzoni di questo romanzo. Questo romanzo è LBGT solo tangenzialmente, sospetto che la centralità del personaggio di Amma sia il frutto di una strategia editoriale, comunque è un punto di partenza utile anche per questa tematica. Sull’identità sessuale vi consiglio anche “Tempi eccitanti” di Naoirse Dolan, un libro che non ho apprezzato del tutto ma che presenta un’analisi interessante e molto contemporanea.

Ragazza, donna, altro (Girl, woman, other)
Bernardine Evaristo; trad. Martina Testa
Edizioni Sur, 2020 (Big Sur)
P. 520
20,00 euro

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