Inverno, “Warm Christmas”

E’ un Natale strano, quello di Sophia Cleves. Nella sua casa di campagna, troppo grande per lei sola e vecchia scorbutica, si consuma un pranzo magrissimo (lei è anche anoressica, lo è sempre stata) con degli “invitati” tutti un po’ estraniati: c’è il figlio Art, che di mestiere fa il copywriter e di hobby scrive un ambizioso, quanto oscuro, blog di nature writing, in cui riporta con imbarazzante banalità le sue “conoscenze” apprese da YouTube; c’è Lux, una misteriosa squatter che lui ha assoldato perché si finga la fidanzata che l’ha appena mollato; e infine c’è Iris, la sorella ribelle e pasionaria di Sophia, che torna dopo trent’anni di silenzio. Ha lottato contro il nucleare, contro Margareth Thatcher, contro l’inquinamento, ma ha perso la sua famiglia.

E’ un pranzo di Natale con niente in tavola e strani discorsi incentrati sui sogni e il Cimbelino di Shakespeare, battibecchi furiosi e Sophia che si volta di spalle come in una scena del teatro di Samuel Becket.

C’è una stagione condensata nei tre giorni del Natale, in un inverno che inverno non è, privato dei suoi diritti: il diritto di fare freddo, il diritto di nevicare, il diritto a essere un “White Christmas” senza che i profeti del Britain first interpretino l’espressione nell’unico senso a loro comprensibile, il senso razziale.

Il secondo volume della tetralogia-cronaca dei nostri tempi di Ali Smith dedicata alle stagioni è Winter, Inverno. Come nel primo volume Autunno, che prendeva le mosse da un verso di John Keats, anche Inverno ha un suo nume tutelare, Charles Dickens. Lo rivela sin dall’inizio, parafrasando il celebre “Marley was dead, to begin with…” di A Christmas Carol, che diventa

Dio era morto, tanto per cominciare

e continua, elencando una serie lunghissima di ciò che è morto, dai costumi moderni alla politica, ai nostri comportamenti e abitudini. E’ un incipit crudo e sintetico che rende perfettamente il senso di precarietà che governa le nostre esistenze e il declino di una civiltà che ha perso di vista il concetto stesso della felicità.

Il paragone con Dickens continua per tutta la storia, perché sono dickensiane la critica della stratificazione sociale (l’autrice semina di continuo piccoli riferimenti alla cronaca inglese degli ultimi anni, come i discorsi di Trump e l’incendio della Grenfell Tower: sono tanti accenni a una cultura politica intenta a gonfiare i muscoli e manifestare il suo dominio sulle donne e le minoranze) e la vena ironica che permea i dialoghi e le descrizioni storiche.

Sophia è il vecchio Scrooge, che dopo una vita dedicata agli affari non ha più nessuno intorno, tranne una testa di bambino che la segue ovunque, che rimbalza intorno a lei e che piano piano si trasforma in qualcos’altro.

Fra la Vigilia di Natale e il Boxing Day si svolge una trama formidabile, funestata dalle ombre lunghe del post Brexit e del presidente Trump, forieri di un mondo nuovo e inquietante; Sophia e Iris, le sorelle che pure si erano volute bene da piccole, rappresentano i due poli opposti del pensiero inglese, il conservatorismo avido e il liberalismo provocatore; Art sembra essere l’unico punto di giunzione fra le due, che nei continui battibecchi ne rivendicano l’educazione (poiché Sophia aveva troppo a cuore la carriera per crescere il figlio, questi era stato cresciuto fra il nonno e Iris). Il presente, dunque, incombe con le sue disgrazie, ma queste disgrazie servono anche a far luce sul passato, recente e remoto, scavando dolore e rimpianti.

Così apprendiamo che l’anoressia di Sophia ha una causa esatta, che risale al lancio della cagnetta Laika nello spazio, con la giovane adolescente che non si dà pace a pensare alla lenta agonia della cagnetta, e così smette di mangiare, mentre il padre cerca di ridimensionare la tragedia ricordandole che è solo una cagnetta. Molti anni dopo, però, sarà il padre che, emozionato, la chiamerà al telefono per leggerle una notizia fresca di stampa, che gli scienziati assicurano che Laika era morta velocemente e senza soffrire nella sua capsula lanciata in orbita; solo che Sophia non ha tempo, è troppo presa dai suoi affari che vanno a gonfie vele per concedere al padre quel momento di consolazione e per ricordarsi tutto quel dolore. E’ un dramma del’incomunicabilità.

La storia intera di Inverno è così, un costante sovrapporsi di piani temporali e sogni persecutori, richiama a una foresta di simboli che sembra roba da iniziati (io stessa ho l’impressione di non aver colto tutti i riferimenti infilati nelle pagine). C’è Shakespeare con la sua commedia Cimbelino che sembra scritta ieri, c’è un fiore che perseguita Art in sogno ma è rinchiuso dentro l’in-folio di Shakespeare, che però sta a Toronto…

La sfera di marmo in cui si trasforma la testa di bambino è una scultura di Barbara Hepworth, una scultrice inglese che aveva vissuto in quei luoghi. Ricordate Pauline Boty di Autunno? Barbara è il fantasma dickensiano che abita il racconto di Inverno, la simbologia delle sue sculture, dotate di un buco da cui ci invita a guardare, rappresenta la nostra prospettiva e nel romanzo ci saranno altri elementi circolari attraverso cui i protagonisti guardano al mondo ritagliandosi una prospettiva propria.

Ali Smith: Looking at the world through the eyes of Barbara Hepworth

Ritroviamo ancora il senso dell’umorismo che Ali Smith transfonde abbondantemente nella sua scrittura. La storia inizia come una commedia shakespeariana di scambio di identità (Lux/Charlotte), i protagonisti vivono divertenti equivoci linguistici. Lux, che sembra una sprovveduta emigrata croata che la Brexit ha ridotto a una senzatetto, rivela una cultura letteraria superiore ai suoi commensali quando cita un letterato dal cognome equivoco:

“un uomo a cui interessava il significato delle parole, e non uno i cui interessi privano le parole di ogni significato. Johnson. Non Boris. L’opposto di Boris…

Ma come in ogni commedia, il riso serve anche a squarciare un velo sul dolore e il senso di vuoto.

E sì, ritroveremo anche Daniel, il centenario di Autunno…

Come fai a non amarlo? Ali Smith è una campionessa di funambolismo linguistico (complimenti e tanta stima alla traduttrice Federica Aceto) e una coraggiosa esploratrice della contemporaneità (ci vuole coraggio a raccontare le ferite fresche di stampa che mette fra le righe) e della storia inglese degli ultimi 70 anni.

Inverno (Winter)
Ali Smith (trad. Federica Aceto)
Ed. Sur, 2019 (Collana Big Sur)
P. 278
17,50 euro

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