L’illuminazione del susino selvatico, fra tradizione e realismo magico

Iran, 1979. La famiglia di Bahar fugge da Teheran allo scoppio della Rivoluzione che porterà al potere l’Ayatollah. La storia è narrata dal fantasma di Bahar, tredicenne, arsa viva in un rogo dagli zelanti custodi della morale islamica, e lei indicherà, fra le foreste del Mazandaran, il villaggio di Razan, selvaggio e fuori dalla storia, dove il resto della sua famiglia (i genitori Hushang e Roza, il fratello Sohrab e la sorella Beeta) ricostruisce la propria casa e la riempie di migliaia di libri: è il suo modo di ribellarsi al regime, rifugiandosi in un luogo ancora ignoto ai Guardiani della Rivoluzione, dove la spiritualità e la mistica zoroastriana guidano ancora le semplici vite degli abitanti.

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Foresta del Mazandaran, Iran

Le foreste millenarie sono popolate da spettri e prodigi, magia bianca e nera, rituali di nascita e trasformazione, spiriti della foresta che prendono il nome di jinn, vecchie leggende, le rovine di un antico tempio zoroastriano.

Qui c’è ancora un piccolo spazio per illudersi di vivere un’esistenza libera da veli femminili e censura, ma un giorno i guardiani della Repubblica Islamica occupano il villaggio e la foresta, portando morte, distruzione e fanatismo, arrestando Sohrab, bruciando i libri e spezzando per sempre l’equilibrio tra il mondo dei vivi e gli esseri della foresta. Anche la famiglia di Bahar è travolta e divisa, e ciascuno dei suoi componenti dovrà andare incontro da solo al proprio destino.

Confesso che ho letto le prime pagine di questo libro, scritto in lingua Farsi da Shokoofeh Azar nel 2018 e finalista all’International Booker Prize del 2020, con cinico pregiudizio: troppa Macondo: una graziosa prova di realismo magico trasportata nell’Iran degli ayatollah, ma spesso fin troppo ispirata dagli episodi di Cent’anni di solitudine: un villaggio lontano dal mondo, l’arrivo delle forze dall’esterno a portare scompiglio, un’invasione di insetti, la scrittura come rimedio all’oblio… e anche un po’ di Isabel Allende. Troppe Mille e una notte, nei racconti della tradizione persiana ricollocati all’interno di una trama in cui non si incastrano perfettamente: storie nelle storie, labirinti, donne-sirene, tesori sepolti… Troppo sfoggio di erudizione, negli interminabili elenchi di libri e autori della letteratura internazionale, da san Giovanni a Kurt Vonnegut, da Shakespeare a Dante… Il solito rogo di libri che scuote animi e coscienze.

E infine quel susino selvatico, alberello troppo fragile per reggere il peso di una donna in via di illuminazione. Poteva scegliere mille alberi…

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Il susino selvatico


Ma dato che la soluzione è nel problema, se il problema è ben posto, bastava solo andare avanti… E avanti, pagina dopo pagina, come uno degli spiriti della foresta, si è materializzato qualcuno che conosco, e che amo: si chiamava Mircea Eliade, raccontava di religioni e del ruolo della narrazione nell’identità dei popoli. E parlava anche di Zoroastro e Induismo, mentre lottava contro i nani intellettuali del comunismo. In un racconto del 1967 dal titolo Pe Strada Mantuleasa, tradotto solo in inglese con il titolo The old man and the Bureaucracy, un anziano professore viene brutalmente interrogato dalle autorità del regime comunista e comincia a narrare la propria storia intessendola di lunghe e complesse narrazioni che attingono alla tradizione folklorica rumena, fino a stordire i suoi interlocutori.

Un episodio simile si svolge nel libro di Shokoofeh, quando Hushang subisce il sequestro e l’interrogatorio da parte dei Guardiani della Rivoluzione.

Guidata dalla chiave interpretativa di Mircea Eliade, rileggendo la complessa foresta di simboli della tradizione zoriastriana, ho provato un rispetto enorme per questa scrittrice esiliata dal suo Paese (che di mestiere è giornalista e pittrice, sue sono anche le illustrazioni della copertina) nel quale da 40 anni è proibito scrivere e pensare, che in un racconto metafora affida a un libro la memoria di un popolo.

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Dipinto di Shokoofeh Azar

Se il materiale non è originale, ha senso pensare che l’intento dell’autrice è proprio quello di consegnarci in una storia familiare, proibita nel suo Paese, il patrimonio millenario che il regime degli Ayatollah ha tentato di cancellare dalla storia dell’Iran.

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Shokoofeh Azar vive attualmente in Australia

Centrale, in questa storia, è la convivenza di vivi e morti su uno stesso piano esistenziale, che sottolinea una continuità comunicativa che arricchisce lo spirito dei vivi. Gli spiriti dei morti mostrano una vera e propria urgenza di parlare con i vivi, come nel viaggio di Dante. Centrale è la vitalità della natura e delle sue leggi, che restano immutate e maestre nonostante le nefandezze che gli uomini perpetrano fra di loro. Ma soprattutto, rinforzata dalla magia che pervade i destini dei protagonisti, affiora la forza dell’immaginazione come risposta alla crudeltà e il bisogno dell’umanità di curare le ferite attraverso l’atto terapeutico della narrazione.

A proposito del susino selvatico, pianta troppo leggera per sostenere il peso della madre illuminata… quel susino assumerà una simbologia straordinaria alla fine di questa storia.

Take home message: è riduttivo classificare questo libro come un’opera di realismo magico, perché anche se l’ispirazione di Garcìa Marquez è evidente e dichiarata, la magia che pervade questa storia familiare deriva da una tradizione orale millenaria. Fra i suoi riferimenti letterari l’autrice cita anche Italo Calvino, ad esempio, che raccolse le fiabe italiane in un’opera del 1956. Azar ha solo intessuto i racconti entro una tela che assume una forma nuova, proprio come un pregiato tappeto persiano, con l’ansia di difendere la storia del suo popolo dall’oblio della censura del regime.

L'illuminazione del susino selvatico (The enlightment of the greengage tree)
Shokoofeh Azar (trad. dall'inglese di Silvia Montis)
Edizioni e/o
248 p.
17,00 euro

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