Verso Gerusalemme, la città di ogni uomo

Fra i propositi per l’anno ho pensato di dedicare almeno un libro ogni mese a Gerusalemme, una delle città più magiche e complesse del mondo: mi ha ispirata il libro Tre volte a Gerusalemme di Fernando Gentilini. Per la seconda Tappa del mio viaggio letterario a Gerusalemme ho scelto un saggio di teologia e spiritualità cristiana dal titolo Verso Gerusalemme, scritto nel 2002 dal cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano e illustre biblista.

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Uomo che non era certo schivo alla complessità, lui che ha svolto il suo ministero in una città come Milano fra gli anni di Piombo e l’exploit culturale e finanziario della fine del secolo, lui che, Gesuita infervorato di studi teologici ed esegesi biblica, ha deciso di tornare a Gerusalemme alla fine della sua vita, a completare quegli studi appassionati di esegesi biblica che aveva interrotto per compiere il mandato pastorale.

L’ingresso di Gesù in Gerusalemme assume il significato dell’incontro di Gesù con quella che era per gli ebrei la città per eccellenza, quella che gli arabi chiamano ancora oggi la santa, la città della promessa e della speranza.

Ma la Gerusalemme (Jerushalaim, la città della pace) dei primi anni Duemila era anche all’apice di un conflitto annoso e, appunto, complesso (oggi ancora irrisolto), fra ebrei e palestinesi, a cui la parte cristiana della città era incapace di offrire una soluzione. Un conflitto in attesa di una risposta che non può fondarsi sugli interessi economici, sulla partigianeria e tanto meno sulle ideologie religiose:

Israele non è qualcosa che si possa ridurre a equazione matematica, non è una domanda che ammetta risposte semplici. È qualcosa che continuamente rimette in moto la coscienza sui grandi valori dell’essere e del non essere, di Dio e del non senso. È un mistero che continuamente ci rimette in questione. Per questo è così affascinante, così difficile

E’ un piccolo saggio dove i fitti richiami scritturistici e teologici permettono di entrare nella grandezza del “mistero di Gerusalemme”: esaminando numerosi scritti della patristica dei primi secoli del Cristianesimo, la ricorrente immagine d’Israele e la sua simbologia (la pietra, l’acqua, le mura, le porte) era così battuta che tutte le categorie teologiche, quali quelle di “Popolo di Dio”, di “Alleanza” di “Salvezza” etc., già presenti nella tradizione giudaica, vengono adottate dalla teologia cristiana alla luce del messaggio messianico. Giovanni Paolo II definì gli ebrei i “nostri fratelli maggiori nella fede”

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Nel corso della storia, nonostante il legame fondato sulla comune Sacra Scrittura del Vecchio Testamento si è generata una spaccatura sempre più profonda fra i cristiani e gli ebrei, causata dalla cronicizzazione del pregiudizio sull’assassinio di Gesù e il logoramento dei rapporti sociali in seno alle civiltà medievali e moderne.
La passione del cardinal Martini, quella sua voglia di comprendere il mondo a partire dalle parole, che poi, per un credente, sono l’emanazione della Parola divina, traspaiono da tutte le pagine di riflessioni bibliche, storiche e morali, con la voglia di riscattare il popolo ebreo da un preconcetto duro, vivo anche fra i cristiani, non ancora superato nonostante l’orrido capitolo della Shoah e il dialogo interreligioso promosso negli ultimi quarant’anni (a partire dai Documenti del Concilio Vaticano II e specialmente dalla “Nostra Aetate” di Giovanni XXIII).

Il discorso di Martini è un invito a guardare verso Gerusalemme con amore e con la voglia di apprendere da un popolo che, parallelamente ai cristiani, ha sviluppato il proprio modo di rispondere a Dio Padre, nella fede, nella preghiera, ma anche nell’etica e nelle risposte sociali e politiche.
C’è un concetto molto suggestivo in questa raccolta di meditazioni e riflessioni sul senso di Gerusalemme per i credenti: è l’idea che la vita eterna, o il paradiso, non corrisponde a un giardino di delizie o a un cielo infinito adatto al volo libero, è piuttosto una città, fatta di azione e confronto, della consapevolezza dell’altro. Essa ci richiede responsabilità: per superarne le maledizioni e le fatiche e per leggervi dentro la presenza di non poche benedizioni e gioie sincere, non occorre avere davanti agli occhi una città ideale, ma almeno un ideale di città.

Gerusalemme appare non come una città che ha già raggiunto un ideale a cui tutti dovrebbero tendere, ma come il luogo in cui questo ideale è il più contrastato, è il più difficile, il più smentito dai fatti, e dove dunque l’accanimento della speranza che non cede è segno e stimolo per ogni altra città minacciata da conflitti ed inimicizie.


A leggere l’idea di vita eterna in senso universale e non individualista, come prospettiva di progresso civile dell’umanità intera, la ricerca del confronto con l’altro è il punto più critico e più affascinante nel cammino dell’uomo.

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