Sembrava bellezza, la pesantezza di un cigno

Si sa che i libri possono essere apprezzati a vari livelli, ma quando raccontano da vicino un’esperienza personale li sentiamo più “nostri”. Nel bene e nel male, perché non sempre i loro racconti sono accomodanti: a volte infatti sanno farsi molto disturbanti, fastidiosi, per dirla con una parola inflazionata, scomodi.

Sembrava bellezza parla alle donne della generazione dell’autrice, Teresa Ciabatti: le donne che sono state adolescenti negli anni Ottanta e Novanta, anni ostaggi del conflitto fra tradizionalismo patriarcale e vagiti di libertà personale, conquistati a colpi di blue jeans, piastre per capelli e serate in discoteca. Dubito che a un’adolescente di oggi i ricordi della protagonista destino emozioni, così come dubito che un uomo possa apprezzare fino in fondo la riflessione che sta a monte di questa triste storia.

In soldoni, tutti sanno che un’adolescente sofferente diventerà un’adulta accidiosa, contorta nella propria spirale di antipatia e vittimismo. Altro che cigno, il cigno che lei sogna perché rappresenti la sua idea di adolescenza agiata e privilegiata.

Poco importa se oggi è una scrittrice famosa, tanto non risparmia strali neanche ai suoi lettori, li spenna. Specie se questi fanno i burini sui social.

La trama:

La protagonista e voce narrante, senza nome, è una quarantasettenne scrittrice abbastanza nota al pubblico, dopo un breve trionfo letterario per un romanzo scritto qualche anno prima. Vive questa sua fama come un riscatto dalla propria adolescenza vissuta ai margini, ostaggio di complessi fisici e familiari, ma si rende conto che questa fama inconsistente è destinata ad affievolirsi, proprio come si sono erosi il suo matrimonio e il rapporto la figlia, che rifiuta di parlarle e vive a Londra. Mentre la crisi esistenziale imperversa da tutti questi fronti ritorna la sua amica dell’adolescenza e compagna di liceo, Federica, che dopo trent’anni riallaccia i rapporti con lei per un motivo che scopriremo più tardi. Federica, ma anche la sorella di lei, Livia – dea di bellezza sovrannaturale, capricciosa e distante che sembrava essere il polo opposto alle due sedicenni bruttine e scartate –, che in seguito a un incidente è rimasta, per un danno cerebrale, è rimasta menomata nella mente, da eterna adolescente, ma ancora splendida nel fisico. Nell’inevitabile ritorno con la mente agli anni dell’adolescenza, i pensieri della scrittrice tornano a specchiarsi, a respingersi e mescolarsi.

 Tu che non hai la pelliccia (ce l’hai, ma non la indossi), che non metti gioielli, e quelli non li hai sul serio – te li sei venduti, scoprirò dopo la tua morte. Tu che un giorno con il buco dei denti caduti – inutile giurare che è stata una dimenticanza, lo hai fatto intenzionalmente –, quel giorno, col buco dei denti che ostini a non farti impiantare, non hai soldi, dici, aprirai la porta alle due ragazze che chiedono di me e, spalancando bene la bocca, risponderai: non c’è.

La protagonista perlustra il passato alla ricerca di una verità, su se stessa e su Livia, e intanto cerca di riafferrare il bandolo della propria esistenza ammaccata: il lavoro, gli amori. Livia, nella sua morbosa ingenuità, rappresenta qualcosa di inquietante: il miracolo di bellezza preservata nell’inconsapevolezza, dalla mancanza di dolore. Ma è anche un fenomeno da baraccone, preda facile di chi vuole approfittarsi di lei. Avvolti nelle spire di un’affabulazione ammaliante, seguiamo la protagonista in un viaggio che è insieme privato e generazionale, interiore e concreto. E mentre lei aspira a fermare l’attimo per non perdere la gloria, la sorte di Livia è lì a ricordare cosa può succedere se la giovinezza si cristallizza in un presente immobile: una diciottenne nel corpo di una cinquantenne, una farfalla incastrata nell’ambra.

Comunque quando il risvolto di copertina, questo ruffiano, promette “un’affabulazione ammaliante” non esagera.

Questo libro non è che si legge, è lui che ti legge. Ti ricorda che ci sei passata anche tu e non è che ne sei venuta fuori benissimo, che l’adolescenza non è solo un incidente anagrafico, è destinata a ossessionarti come un sogno ricorrente e le sue ferite sanguinano per tutta la vita. Quei cinque o sei anni di vita “in attesa”, di passaggio, marchiano a fuoco le emozioni e i ricordi, determinano chi saremo:

Nei letti, sotto maschi eccitati, io vedo loro, tutti loro che non mi hanno amata, imprimendo sulla mia persona fragile un marchio. Dunque: non è di quei ragazzi, degli ex compagni di scuola, la colpa dell’infedeltà, di me che ho iniziato a tradire mio marito? Non dipende forse dall’adolescenza l’adulto che sei?

Come ne La più amata, c’è una narrazione “da lettino”, c’è molta psicanalisi, prosegue il sofferto conflitto con la madre, poveretta, imperdonata per tutte le sue mancanze. Oggetto di una vergogna infinita per la narratrice, costretta a fare paragoni svantaggiosi con la madre di Federica.

 Tu che non hai la pelliccia (ce l’hai, ma non la indossi), che non metti gioielli, e quelli non li hai sul serio – te li sei venduti, scoprirò dopo la tua morte. Tu che un giorno con il buco dei denti caduti – inutile giurare che è stata una dimenticanza, lo hai fatto intenzionalmente –, quel giorno, col buco dei denti che ostini a non farti impiantare, non hai soldi, dici, aprirai la porta alle due ragazze che chiedono di me e, spalancando bene la bocca, risponderai: non c’è.

Anche dopo la morte, quando lei (la protagonista, la scrittrice, decidete voi) rovista fra le sue cose, continua il senso di disagio di fronte a una persona che non è mai riuscita a comprendere, figurarsi a perdonare. Scombinando la sintassi fino a darle un significato nuovo, serpentino, racconta

“invece lei, mia madre, la pochezza culturale, i libri che ho trovato dopo la sua morte: Il Gabbiano Jonathan Livingston”

cattiva come pochi. Un plurale inutile per un libro insulso, secondo solo a quella menata dei polli che si credono aquile.

Il contorsionismo sintattico di Teresa Ciabatti è qualcosa di mirabolante, che tiene viva quell’affabulazione ammaliante e tiene incollati i lettori. C’è anche un refrain che ricorre nella narrazione, a contrappunto di ciò che lei non ha, e per questo la divide dagli altri. Lei chiede, come un regista esigente e pretenzioso: “datemi… [una villa, un sorriso, passione, una pelliccia, un cigno…]. Questo martellante rincorrersi di richieste, assurde e simboliche di una falsa felicità, dà voce a una persona consapevole del vuoto che ha intorno, della finzione di cui ci circondiamo.

Mi è piaciuto? Non del tutto. Ammetto l’effetto sorprendente del linguaggio narrativo e ammetto l’ottimo intreccio della vicenda narrata con i riferimenti alla storia italiana (il rapimento di Emanuela Orlandi, la Roma degli anni Ottanta), ma nell’estrema onestà della protagonista ho trovato un’incapacità di perdonare e di tollerare che sfiora l’anaffettività, che ho trovato profondamente disturbante. Mi ha lasciata molto perplessa anche il finale, dove lei trova un modo tutto suo di rammendare il rapporto con la figlia estraniata.

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