Quando la montagna era nostra, parlare la lingua della montagna

Il paesaggio in cui si cresce, nell’esperienza umana e di conseguenza anche dello scrittore, diventa vocabolario, sintassi, punteggiatura, diventa letteratura e non puoi inventarti marinaio se non conosci il mare, o montanaro se non lo sei.

Fioly Bocca non ha questo problema, lei parla il linguaggio della montagna. Anzi, a giudicare da questo libro lei e la sua montagna sono la stessa cosa, cioè magnifiche.

Fioly Bocca

Il paesaggio che fa da sfondo a questo romanzo è nelle Alpi trentine, un paesaggio che, con la sua immobilità millenaria, suscita inevitabilmente in tutti noi una riflessione sulla fugacità delle nostre esistenze, su quanto svelto passa il tempo se non facciamo uno sforzo deliberato per vivere il presente, sentire la vita con tutti i sensi, ma anche fidarsi del caso e far tesoro delle persone che abbiamo intorno, non importa quanto fragili o diverse da noi.

Ora vede come somiglia a un alveare la vita di un piccolo paese dove tutti si conoscono e ognuno trova il modo di mettere in fermo la propria vita – le questioni irrisolte, i lavori in sospeso, le piccole e grandi incombenze quotidiane – per dare una mano, spendersi per l’altro, ciascuno per come riesce e come può.

Basta il titolo, “era nostra”, con l’imperfetto che è quello strano verbo con la pretesa di infinirsi al passato: rende bene l’idea del libro che è proprio questa, ripensare al passato con la malinconia di ciò che avrebbe potuto essere, delle occasioni mancate e delle strade non prese.

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Obra di Vallarsa

In questo romanzo, ambientato a Obra di Vallarsa (Valle degli Orsi, come il suo stemma? Valle bruciata?), in un’estate funestata da un fantomatico gruppo di orsi fuori controllo, il bilancio tocca alla 40enne Lena, che torna al suo paese montano per assistere i genitori anziani, con la madre Dina, che sta perdendo la memoria

Ecco cosa sarà d’ora in poi… Sarà restare a guardare sua madre che prova a fermare un passato che svapora. Guardarla mentre a mani nude cerca di agguantare granelli di sabbia che vorticano durante una tempesta… Immagina che dabba sentirsi a quel modo, sua madre: trovare un vuoto dove prima c’era qualcosa. Questo è perdere i pezzi…

e il padre Aldo, amatissimo, di cui ha ancora bisogno; qui ritrova anche Corrado, primo e unico amore della sua gioventù, che l’aveva abbandonata e solo adesso è pronto a spiegarne il doloroso motivo. E ritrova l’umanità del suo villaggio, gli amici di un tempo che invecchiano più o meno bene, come l’amica Agnese e i vicini Ines e Anselmo.

È una bella storia di rapporti umani mai perfetti, ma redenti dalla volonta’ di spendersi per l’altro, ciascuno come può; incomprensioni da affrontare con la saggezza che dà il tempo che passa, il calore dei gesti semplici e ripetuti, la fiducia nella natura.

Se poi non bastasse la storia, la bellezza di questo libro sta nelle descrizioni dei paesaggi e nelle infinite sfumature di sentimenti e sensazioni (quando descrive lo sforzo fisico dell’ascesa è un genio) che rendono ogni essere umano unico e irripetibile, ogni storia una storia da raccontare.

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