Furore, i grappoli della disperazione

The Grapes of Wrath, da un passo dell’Apocalisse di San Giovanni, è il titolo originale di questo romanzo del 1939 (Booker Prize, Pulitzer Prize, Nobel all’autorenel 1962).

File:The Grapes of Wrath (1939 1st ed cover).jpg - Wikipedia

In Italia fu tradotto in modo più “laico”, Furore, ad opera di Elio Vittorini: la prima edizione fu ben sfrondata di alcuni passaggi scomodi al regime fascista, ma ritenuta utile per far conoscere al pubblico italiano l’aspetto truce del capitalismo americano.

E un altro angelo uscì dal santuario del tempio che è in cielo; anche lui aveva una falce affilata. E dall’altare venne un altro angelo ancora, che aveva autorità sul fuoco. E gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Metti mano alla tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vite della terra, perché la sua uva è ormai matura!”  L’angelo passò la falce sulla terra, vendemmiò la vite della terra e la gettò nel grande torchio dell’ira di Dio. L’uva fu pigiata nel torchio fuori dalla città, e il sangue che uscì dal torchio arrivava alle briglie dei cavalli fino a una distanza di 1.600 stadi

E’ dura descrivere un libro capolavoro, talmente perfetto da rendere mediocre qualsiasi chiacchiera a contorno, e Furore è un capolavoro, considerato la matrice della Great American Novel.

Furore narra la storia della famiglia Joad, che noi conosciamo dal punto di vista di Tom, appena uscito dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo: ci sono dunque Nonno e Nonna, Ma e Pa, i fratelli, oltre al predicatore Jim Casey che si unisce a loro; la famiglia emigra dalla East Coast alla West Coast attratta dalla fiorente agricoltura che sembra offrire possibilità illimitate a tutti. Lungo la strada, altri disperati si uniranno a loro, conosceranno l’umiliazione della povertà ma proveranno anche a mettere la propria dignità al di sopra di tutto. Il destino che li attende, però, è tutt’altro che florido.

I riferimenti alla Bibbia si sprecano: il romanzo di John Steinbeck si muove dalla Dust Bowl (il tegamino di polvere, che è il nome dato all’Oklahoma durante la Grande Depressione per via della sua forma (bowl) e della gravissima siccità che la colpì proprio in concomitanza con gli effetti nefasti del crollo della Borsa di New York) fino alla California. Come Giobbe, la famiglia Joad si ritrova a perdere tutto (raccolto, risparmi, casa e speranze) sotto le disastrose circostanze della siccità, ma anche della progressiva tecnologizzazione dell’agricoltura che sostituisce le braccia umane con i trattori. Un cambiamento epocale che significa anche il rovesciamento del modo di concepire il laboro della terra:

Gli uomini mangiavano ciò che non avevano coltivato, non avevano legami con il loro pane. La terra partoriva sotto il ferro, e sotto il ferro a poco a poco moriva, perché non era stata amata né odiata, non aveva attratto preghiere né maledizioni.

Consapevoli della distruzione del loro mondo, i Joad radunano le loro cose e lasciano la terra di generazioni a bordo di un vecchio camion, come Noè sull’arca, e Noah è il nome del fratello maggiore; attraversando l’America vanno in direzione della California, la Terra Promessa dove un’attività agricola fiorente attrae manodopera a basso costo da tutto il Paese. La ricerca di questa terra, piena di speranze per loro che sono disposti a lavorare sodo e realizzare il Sogno Americano sponsorizzato nei cartelli lungo la strada. Senz’altra scelta, se non abbandonare la loro terra ormai distrutta, come la città di Lot.

Eppure tante citazioni bibliche, riconosciute dallo stesso autore e onnipresenti fino all’ultima pagina, non danno un briciolo di speranza in più alla famiglia Joad: lo stesso predicatore Jim Casy, che li accompagna verso la California, pur nella sua aura profetica riconosce che spesso la religione non fornisce risposte al dolore collettivo di questi migranti.

Quest’uomo ha avuto una vita lunga ed è morto perché la vita era finita. Non so se era buono o cattivo, ma questo non conta tanto. Era vivo, e questo sì che conta. E ora è morto, e questo non conta. Una volta un tizio m’ha detto una poesia che faceva: “Tutto quello che è vivo è santo”. Ci ho pensato su e ho capito che dice molto più delle sue parole. E per me non bisogna pregare per un vecchio ch’è morto. Lui è a posto. Ha una cosa da fare, ma questa cosa è già pronta e sistemata, e c’è un solo modo per farla. Noi pure abbiamo una cosa da fare, ma ci sono mille modi di farla, e non sappiamo quale scegliere. E se io devo pregare per qualcuno, preferisco farlo per chi non sa dove sbattere la testa

Furore è un romanzo attualissimo.

Va letto, o riletto, per ricordarci di come il nostro immaginario dell’America si è forgiato proprio su opere come questa, giunte a noi nel momento più buio della storia italiana (grazie, Elio Vittorini).

Va letto per la sua capacità di restituirci un’opera dal linguaggio dirompente, cinematografico, musicale, dove le scene descritte evocano le fotografie eterne di Dorothea Lange, la musica di Woody Guthrie e i film di John Ford

The Grapes of Wrath (film) - Alchetron, the free social encyclopedia

Va letto per dimostrarci, ottant’anni dopo, che l’umanità non si è mossa di una iota sulle ambiguità del capitalismo (per essere powerful devi rendere gli altri powerless, è l’imperativo della politica dei grandi coltivatori che soffocano i contadini e sfruttano la manodopera) e sul disprezzo degli emigranti e dei disperati.

Va letto per reinterpretare, in tempi laici, la metafora dell’esodo biblico in cui Dio è sordo e cieco, non ci sono acque da separare per salvare i giusti, anzi l’acqua che all’inizio non c’è, e in sua assenza tutto diventa polvere, alla fine si trasforma in una piena devastatrice e mortifera.

Accanto ai riferimenti biblici risalta anche un evidente fascinazione dalle teorie socialiste, non tanto nella loro impostazione politica quanto nell’individuazione delle premesse:

Ecco il nodo, per voi che odiate il cambiamento e temete la rivoluzione.

Vi conviene tenere separati questi due uomini accoccolati, fare in modo che si odino, che si temano, che diffidino l’uno dall’altro. E’ questo l’embrione della cosa che temete. E’ questo lo zigote, perché adesso “Ho perso la mia terra” è cambiato; una cellula si è scissa e dalla sua scissione nasce la cosa che odiate: “Abbiamo perso la nostra terra”. Ecco dov’è il pericolo, perché due uomini sono sono soli e confusi quanto può esserlo uno. E da questo primo “noi” nasce una cosa ancor più pericolosa: “Ho poco da mangiare” più ” Non ho niente da mangiare”, allora la cosa è in marcia, il movimento ha una direzione. Adesso basta una piccola moltiplicazione, e questa terra e questo trattore diventano nostri. […] E’ questa la cosa da bombardare. E’ così che comincia: da “io” a “noi”. Se riusciste a capire questo, voi che possedete le cose che il popolo deve avere, potreste salvarvi. Se riusciste a separare le cause dagli effetti, se riusciste a capire che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma questo non potete capirlo. Perché il fatto di possedere vi congela sempre in “io” e vi separa sempre dal “noi”

Anche nelle pagine finali ritorna l’afflato di giustizia sociale, nelle parole del protagonista Tom Joad:

perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… Dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì… Allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… E sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito

Fra tutti i personaggi spicca il ritratto indimenticabile di Ma’, che è la madre ancestrale e resiliente dell’umanità, in cui l’amore è l’equazione della sopravvivenza e non esiste l’opzione Arrenditi.

Si rendeva conto che se vacillava lei, la famiglia tremava; se lei tentennava o disperava, la famiglia crollava….

L’autore lascia a noi lettori il giudizio su un finale sconvolgente e una complicata scelta di campo: è speranza? È resa? È furore?

Take home message: le pagine che descrivono la disperazione di chi fugge, i sogni di rivalsa, il disprezzo di chi guarda e giudica da lontano, incapace di riconoscere la miseria comune a chi parte e chi resta, in questa terra di povertà e spaesamento, sono di una modernità che trascende i continenti e le epoche e pone ancora oggi la drammaticità delle emigrazioni, sempre più ingenti, ancora motivate da povertà spaventose, per cui è ancora difficile trovare una risposta.

Furore (The grapes of Wrath)
John Steinbeck (trad. di Sergio Claudio Perroni)
Bompiani, 2013
633 p.
13,30 euro

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