La Primavera furiosa di Ali Smith

Sono quasi triste di aver terminato il terzo libro della tetralogia di Ali Smith, mi rimane solo l’Estate, che leggerò quando sarà la stagione giusta. Primavera mi è piaciuto, forse un po’ meno dei precedenti Autunno e Inverno, almeno nello svolgimento della trama, ma nel finale tutti gli elementi hanno assunto un senso nuovo, restituendo originalità e speranza all’interpretazione del tema delicatissimo della migrazione globale.

Writing as Fast as Reality | by Yasmine El Rashidi | The New York Review of  Books

Fra l’altro, leggendo questo terzo libro ho intuito che non sono solo le costanti letterarie e simboliche a unire i diversi libri, ma anche la suddivisione di ciascun romanzo in tre parti, tre quanti sono i movimenti nelle Quattro Stagioni di Vivaldi. Un richiamo interessante perché in fin dei conti la scrittura di Ali Smith è anche incredibilmente musicale. Fa da filo conduttore una serie di temi ricorrenti: la perdita di persone amate e sagge, che portano via con sé lo spirito del tempo; il dialogo e l’amicizia, spesso strana, fra persone di generazioni diverse, le tensioni fra genitori e figli, l’amore smisurato per la letteratura ma anche per la cultura popolare, che sia in forma di canzoni o attori, programmi televisivi, musei, fotografia) e per l’influenza dei social media sulla comunicazione e l’etica contemporanea, l’idea che nella vita “tutto si collega” e allora elementi apparentementi disconnessi assumono un senso se messi in relazione fra loro, a significare che l’arte prende senso dalla vita e ne restituisce in forma di nuova vita.

Ogni libro contiene una storia a sé stante, è vero, ma fra l’uno e l’altro si delinea un ritratto corale con piccoli richiami, in fondo a ognuno, a personaggi del libro precedente (in Primavera ne ritroveremo uno molto importante che era in Autunno). Ma è soprattutto il ritratto lucido e doloroso della contemporaneità che rende questi romanzi così intensi e anche provocatori (la bravura di Ali Smith sta anche nel riuscire a scrivere alla velocità della luce, finché la notizia è ancora fresca e pulsante). Nel capitolo in apertura in cui l’autrice comincia a porre domande al lettore, incalzanti e importanti, domande a cui è impossibile articolare una risposta di senso. Nei capitoli successivi sarà uno dei personaggi, una bambina, a porre insistentemente domande banali e scomode, a creare un disagio inaspettato perché le risposte non vengono.

Oltre alla sua formidabile capacità di indignarsi di fronte alle storture della civiltà contemporanea, Ali Smith si distingue anche per l’importanza che dà ai dialoghi per sottolineare l’esigenza di confrontarsi e comprendere le rispettive posizioni. In questo terzo libro è centrale il tema della crisi globale dei migranti, o rifugiati, e già dal linguaggio c’è qualcosa di pesante nel nostro rapporto con i più disgraziati della Terra:

Smettila di chiamarla crisi dei migranti”, riprenderà Paddy morente il proprio figlio “Te l’ho ripetuto un milione di volte. Sono persone.” 

Partiamo dall’incipit, che anche in questo libro fa il verso a Charles Dickens (si tratta dell’incipit di Hard Times), ma con una provocatoria trasformazione della frase in negativa:

Ora quello che non vogliamo sono i fatti. Quello che vogliamo è lo sconcerto.

che diventa un aggressivo discorso di quelli che si sentono in bocca ai leader politici di un certo stampo.

La storia propone personaggi nuovi e la novità veste i panni di una bambina. C’è un personaggio di nome Marina, figlia del principe Pericle di William Shakespeare, una bambina nata in mare durante una tempesta, rimasta orfana della madre Taisa, eppure forte nelle avversità e attaccata al suo personale senso di giustizia.

Born in a tempest, when my mother died,

This world to me is like a lasting storm,

Whirring me from my friends. 

Marina si reincarna in Florence, una dodicenne migrante, che ha perso la madre in mare e vaga per la Gran Bretagna alla ricerca della città scozzese di Kirgussie, vista in cartolina.

Home :: Kingussie

Di lei non c’è una descrizione fisica, sappiamo solo che ha 12-13 anni e che porta uno zainetto rosa. Nella sua strana capacità di mettere ordine nel caos, di esprimere desideri che diventano ordini, nel suo viaggio verso i “confini” dell’Inghilterra trascina con sé Brit Hall (Britany, come Britain), che di mestiere fa l’agente di sicurezza in un centro di identificazione ed espulsione di alta sicurezza per immigrati senza documenti (in soldoni, una galera) dal nome evocativo

“Io sono una DC01 in uno degli IRC2 a cui fornisce il personale la societò di sorveglianza privata SA4A, che per conto del Ministero degli Interni gestisce lo Spring, il Field, il Worth, il Valley, l’Oak, il Berry, il Garland, il Grove, il Meander, il Wood e un paio di altri centri.

Brittany, le aveva detto la madre, ma che lingua stai parlando?”

e poi c’è Richard Heal, un anziano cineasta che alla fine della sua carriera è costretto a girare un film insulso e volgare, basato su un romanzo dozzinale e sciatto sulla presunta storia d’amore fra Katherine Mansfield e Rainer Maria Rilke (a parte l’Onnipresente Dickens, lo spirito ribelle della Mansfield è il nume tutelare di Primavera).

Richard, con la sua repulsione verso la volgarità della TV e una crisi esistenziale che lo spinge vicinissimo al suicidio (sarà proprio Florence a farlo desistere) è il centro della riflessione sul senso del passato e il (non)senso di un presente incomprensibile, una riflessione guidata dal ricordo struggente dell’amica e collega Patricia Heal che è appena morta, e con lei sono morti anche lo spirito di una nazione, la voglia di ribellione e la speranza di ripartire.

Brit è invece il simbolo di una giovane generazione di laureati senza un lavoro che li gratifichi, privi di una prospettiva solida, costretti ad ascoltare le elucubrazioni insulse di una classe dirigente imbarazzante e a fare i conti con un futuro in mano agli algoritmi.

E chi è l’artista questa volta? Si chiama Tacita Dean, artista e fotografa, e ritrae nuvole, soggetti impalpabili e privi di contorni, privi di confini.

180 foto e immagini di Tacita Dean - Getty Images

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