Ho lasciato Bookstagram

Ho ponderato abbastanza a lungo la decisione di abbandonare Bookstagram, che è lo spazio Instagram creato dagli amanti dei libri. Lo conoscerete già, anch’io sono partita da lì, prima di creare questo minuscolo blog.

La mia infatuazione è durata poco più di un anno, ma vi confesso che c’è sempre stato un senso di disagio sottile e strisciante ad appartenere a questa community virtuale di cui, alla fine dei conti, non condividevo i presupposti.

E’ utile spiegarvi i motivi? Immagino che abbandonare la nave sia insieme la spiegazione e la soluzione, ma posso riassumere qui alcune idee che mi sono fatta di Bookstagram, ma anche di Instagram in generale, su cui forse anche voi vi ritrovate, o che magari mi contesterete:

  • L’eccesso di ego, che è il problema di fondo in tutti i social network: è un atteggiamento che ci riporta bambini, tutti presi dall’ansia di manifestarci al mondo per ingraziarci il favore dei più forti, a costo di costruirci un’immagine che non ci rappresenta. L’ansia di piacere diventa ansia di like, di conferme, e porta con sé una costante, estenuante inquietudine legata al confronto con gli altri.
  • La sterile corsa ai numeri, numero di follower, numero di libri letti, numeri di pagine lette, numeri di libri da leggere, numero di traguardo-follower da ringraziare, numeri di post, numeri inutili (colpa di Goodreads e di come ha trasformato il piacere della lettura in una gara senza bravura).
  • La sottile, deliberata strategia di Instagram a promuovere un pensiero unico mediocre, comodo e privo di pluralismo, nonostante le dichiarazioni contrarie, l’assenza di una reale possibilità di confronto di idee rimpiazzata dall’orchestrazione di momenti-dramma dal contenuto inconsistente ed effimero (hello, Aurora Ramazzotti)
  • L’autocompiacimento e la falsa convinzione di un impegno sociale a costo zero, che non va oltre lo sfiorare della propria tastiera, il diffondere idee degli altri, il copia-incollare di una filosofia usa e getta.
  • Il mercato sguaiato e volgare, la pubblicità gratuita che gli utenti si ritrovano a fare ad aziende che non hanno più nemmeno bisogno di pagare, basta accarezzare l’ego degli influencer con regalini inutili, in un preoccupante ritorno ai tempi del baratto
  • La creazione di relazioni superficiali e di convenienza, quelle che portavano dieci like appena pubblicato il post: i primi like erano i più tristi, dati senza prendersi nemmeno il tempo di leggere quanto avevo scritto, like in cambio di like.
  • La mediocrità dei contenuti e del linguaggio, quest’ultimo falsamente agghindato da paroloni altisonanti e inflazionati quali approcciare, percepire, trattasi, lettura necessaria…
  • Il furto di recensioni, che si commenta da sé
  • L’imposizione di un’estetica sempre più spinta, impossibile da realizzare con strumenti semplici come uno smartphone, quindi la spinta ad agghindare le foto nei modi più bizzarri, possibilmente con della carne femminile in evidenza, perché si conformasse supinamente alle attese del feed di Instagram. Questa tendenza in America la chiamano con un nome efficace, Porn, che pone l’accento proprio sul carattere guardone, feticcio del fenomeno, ma soprattutto sull’oggettificazione e il vuoto affettivo.
  • La diffusione disperata di follow trains dalle regole assurde e impositive (io, che gettavo le carte in aria al secondo giro del Monopoli…): “segui me, X e Y, ma non è necessario che io ti segua, condividi nelle tue stories, commenta…”. Tutto questo perché? Con l’intenzione ingenua di contrastare il famigerato ALGORITMO di Instagram che, per inciso, trasforma in algoritmo anche questo. L’algoritmo è fondamentale, perché è lo strumento di imposizione del pensiero unico di cui sopra, ed aggirarlo significa, di fatto, rinforzarlo.
  • La sensazione che tutto il tempo speso lì dentro, alla fine della fiera, era il MIO tempo dato in pasto a un sistema che non ha bisogno delle mie idee, dei miei sogni, ma solo di un utente in più, meglio se donna, da inserire nel reggimento di pubblicitari/consumatori. La sensazione che tutto quel tempo che mi lasciavo sottrarre era una rinuncia deliberata alla mia libertà.

Dentro la community di bookstagram ho incontrato delle persone ancora pensanti capaci di mantenersi autonome rispetto al conformismo di Instagram, in possesso dell’ironia in grado di discernere il reale dall’impostura, ho potuto parlare di libri e soprattutto ho scoperto libri davvero intensi (e altrettante intense fregature, but I digress…). Mi ha confortato lo scambio di idee con chi ha commentato i miei post, o ha risposto ai miei commenti. Ringrazio tutti loro. Fra i bookstagrammer più zelanti c’era anche quella ragazza entusiasta e un po’ ingenua che un giorno si è fiondata su un tema leggermente impegnativo, nientemeno che la LIBERTA’. Lei disse che la libertà (sì quell’ideuzza per cui la gente è morta, ha scritto milioni di pagine, ha lottato con le unghie e i denti. Che ne so, Socrate, Che Guevara, i Partigiani), per lei significava mettersi le Converse ai piedi e dire di no (hello, coscienza).

Cosa risponderle? Forse non era questo il mondo che mi aspettavo. Per me, la libertà è andarmene.

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