Nomadland, gli anni d’argento on the road

Per scrivere questo saggio la giornalista Jessica Bruder ha passato tre anni a scorrazzare l’America dall’Atlantico al Pacifico, dai confini con il Messico a quelli con il Canada, a bordo del suo GMC Ventura bianco, al seguito di una tribù di “vandwellers” (residenti dei van), per raccontare la genesi e l’avventura di un fenomeno in crescita.

Alla ricerca della libertà: “Nomadland” di Jessica Bruder
Jessica Bruder

Ha incontrato Linda May, per esempio, una sessantaquattrenne che ha lasciato la casa per un van soprannominato Squeeze Inn, e che vive di lavori stagionali nei parchi nazionali durante la stagione estiva, poi da Amazon per la stagione natalizia, quella della follia collettiva.

Come lei, un numero incalcolabile di pensionati (incalcolabile perché non hanno una residenza e non pagano le tasse, dunque eludono qualsiasi censimento) per lo più bianchi, si sono trasformati in vandwellers dopo che la crisi finanziaria del 2008 ha polverizzato i loro risparmi e abbattuto il valore delle loro case; non solo, ma anche la conseguente crisi del mercato del lavoro ha visto progressivamente ridotti i loro stipendi e quindi le loro pensioni.

Il fenomeno dei vandwellers è ancora qualcosa di oscuro, che non rappresenta un problema di semplice povertà, ma ha molto a che vedere con una cultura americana innamorata della strada, leggermente infastidita dall’idea di una vecchiaia inutile e crassamente stesa al sole della Florida parassitando sui contributi delle giovani generazioni. Prendere la via del nomadismo è una scelta dettata insieme dal bisogno e da uno spirito irrequieto e anticonformista, amareggiato dal fallimento del sogno americano.

Ambulanti, vagabondi, lavoratori stagionali e anime inquiete ci sono sempre stati. Ma adesso, nel secondo millennio, un nuovo tipo di tribù errante sta emergendo. Persone che non avevano mai immaginato di diventare nomadi si mettono in viaggio. Abbandonano case e appartamenti tradizionali per vivere in quelli che alcuni chiamano “immobili su ruote” – furgoni, camper di seconda mano, scuolabus, pick-up camperizzati, roulotte da viaggio… Si allontanano dalle scelte impossibili che quello che un tempo era il ceto medio si trova a dover fare. Meglio mangiare o andare dal dentista? Pagare il mutuo o la bolletta dell’elettricità? Pagare una rata dell’automobile o comprare le medicine? Coprire l’affitto o i prestiti studenteschi? Comprare vestiti caldi o benzina per andare al lavoro?

Superficialmente potremmo pensare a loro come a individui falliti e infelici, ma loro non si vedono così

quello che è cominciato come un tentativo disperato, è diventato un grido di guerra per qualcosa di più grande. Essere umani significa agognare qualcosa in più della mera sussistena. Abbiamo bisogno di speranza, tanto quanto ne abbiamo di cibo e riparo. E c’è speranza sulla strada. E’ un effetto collaterale dello slancio in avanti. Un senso di possibilità, vasto quanto il Paese stesso

La tribù dei “senza casa” (houseless) negli anni si è organizzata, orbitando intorno a personaggi di riferimento come Rob Wells, animatore del meeting annuale Rubber Tramp Rendezvous (RTR), che è anche il fulcro della rete che tiene insieme il movimento, attraverso Facebook e i blog individuali.

Perché c’è da imparare tutto, dai rudimenti di meccanica per ripararsi da soli i propri mezzi alle piazzole che accettano camper, dalle offerte di lavori stagionali a come mascherare il proprio van per non dare troppo nell’occhio.

Ma la parte più interessante è Amazon, che ha organizzato uno spazio tutto per loro denominato “CamperForce“, in occasione delle festività natalizie, quando scatta la campagna di reclutamento lavoratori a tempo attraverso le fiere di camper, con slogan accattivanti e un’organizzazione perfetta. Ad essi riserva anche una zona di parcheggio a Fernley, durante il periodo di servizio. La strategia è redditizia, perché Amazon sa di poter contare su individui affidabili (la vecchia generazione lavora con più responsabilità, è onesta e instancabile) fintanto che servono. Non di più, poiché le condizioni di lavoro sono oggettivamente dure: 25 chilometri al giorno a camminare fra i reparti, sollevare carichi pesanti, compiere lavori ripetitivi e logoranti. Tanto che nei magazzini sono presenti perfino dei distributori di antiinfiammatori e pomate per i muscoli.

Amazon CamperForce - Workamper News Featured Employer

E a questa parte Jessica Bruder dedica un’analisi accurata e spietata, a volte perfino ripetitiva, perché anche lei, nei tre anni di ricerca, ha lavorato nei magazzini di Fernley.

E’ un saggio molto “soggettivo”, in effetti, dove l’autrice si diverte a raccontare aneddoti personali e intesse rapporti molto affettuosi con i protagonisti, non nasconde un profondo fastidio per la politica americana e la prepotenza delle banche. A rinforzo del suo dichiarato astio per Amazon, arriva perfino a raccontare un aneddoto molto personale e francamente inutile: il modo in cui, dopo uno spinello, ha eluso il controllo antidoping di Amazon (una delle assurde richieste per essere reclutati) scambiando le proprie urine con quelle di un amico.

Ribelle lei, ribelli gli anziani protagonisti del suo reportage, anziani ma ancora fieri dentro, forti di uno spirito anticonformista che dà loro la spinta verso orizzonti sempre nuovi, forti anche dell’aiuto reciproco, felici in un senso nuovo, che smaschera le chimere cannibali del Sogno americano:

… essere indipendente, tirarmi fuori dalla corsa al successo, sostenere le aziende locali, comprare soltanto prodotti fatti in America. Per smettere di comprare roba che non mi serve per fare colpo su persone che non mi piacciono.

In questo momento sto lavorando in un magazzino enorme alle dipendenze di uno dei principali rivenditori online. Questa roba è merda, tutta fatta da qualche parte del mondo in cui non esistono leggi sul lavoro minorile, dove i lavoratori sgobbano dalle quattordici alle sedici ore al giorno senza pasti o pause per andare al bagno… roba che non durerà più di un mese. Finirà tutto in discarica. La nostra economia è costruita sulla pelle di schiavi che abbiamo in altri Paesi, come la Cina, l’India, il Messico o qualsiasi Paese del Terzo Mondo dove la forza lavoro costa poco, così non dobbiamo vederli ma possiamo beneficiare dei frutti del loro lavoro. Questa azienda americana è probabilmente la più grande proprietaria di schiavi almondo.

Hanno schiavizzato i consumatori, che usano il proprio credito per comprare stronzate.Li costringono a tenersi lavori che detestano perché devono pagare i debiti. E’ davvero deprimente essere qui. (dal blog di Linda May)

L’anno scorso Linda è diventata un personaggio cinematografico, nel film diretto da Chloé Zao, Leone d’Oro a Venezia nel 2020 e in lizza per sei statuette Oscar nel 2021.

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