Ogni mattina a Jenin, le cicatrici della coscienza

In questo libro c’è un personaggio di nome Hajji Salim, centenario, che attraversa i momenti principali della nabka palestinese: sono date scritte con il sangue, il 1948 (l’attacco delle forze sioniste Haganah e Irgun, con la cacciata e l’esilio dalla Palestina di almeno 800 mila persone), il 1967 (la Guerra dei Sei giorni) e il 1981 (l’invasione del Libano e massacri di Sabra e Shatila). Quest’uomo rappresenta lo spirito di un romanzo che mette insieme la narrazione romanzesca con il documento storico su un conflitto mai sopito, quello fra Israeliani e Palestinesi.

Jenin won't forget Israel's massacre | The Electronic Intifada

Ma la protagonista è un’altra, Amal, che offre un racconto drammatico, viscerale, ma anche tenerissimo e poetico: la vicenda di alcune famiglie palestinesi costrette a fughe, umiliazioni e torture che decimano le famiglie e condannano i superstiti alla pazzia e a traumi insanabili, separazioni, cicatrici. Una cicatrice solca il viso di un bambino, Ismail, che un soldato ebreo strappa dalle braccia della madre Dalia per crescerlo come proprio figlio, ribattezzato David. E David, cresciuto, diventerà l’aguzzino del fratello Yussuf, che però lo riconoscerà proprio per quella cicatrice; David, che infine si ritroverà con Amal, quando non sarà rimasto quasi nulla della loro famiglia. Una cicatrice segna il corpo di Amal, caduta vittima di uno zelante soldato israeliano e segnata dal trauma per tutta la vita. La pazzia, l’incapacità di amare senza restrizioni, sono lo scotto riservato a chi sopravvive, come la madre Dalia:

Mamma è stoica, ma so che sta piangendo. Le sue lacrime cadono dalla parte sbagliata, nel pozzo senza fondo che c’è dentro di lei.

Eppure, in mezzo a tanto dolore, spuntano fiori spontanei di dolcezza, abbracci, poesie lette all’alba su Jenin, matrimoni e nascite, bambole e libri di scuola, fiori che consolano Amal, e con lei le donne e gli uomini timorati di Allah e guidati dall’amore e li sospingono oltre il dolore e la rabbia.

Quaranta generazioni di vite, ora spezzate. Quaranta generazioni di nascite e funerali, di matrimoni e danze, di preghiere e ginocchia sbucciate. Quaranta generazioni di peccati e carità, di cucina, duro lavoro e ozio, di amicizie, ostilità e accordi, di pioggia e corteggiamenti. Quaranta generazioni con i loro indelebili ricordi, segreti e scandali. Tutto spazzato via dal concetto di diritto acquisito di un altro popolo, che si sarebbe stabilito in quello spazio rimasto libero e l’avrebbero proclamato, con il suo patrimonio di architettura, frutteti, pozzi, fiori e fascino, retaggio di forestieri ebrei arrivati da Europa, Russia, Stati Uniti e altri angoli del mondo

Arazzo rappresentante un matrimonio palestinese

C’è dietro un attaccamento testardo alla cultura d’origine e alla conservazione della memoria, nonostante lo sradicamento dalla terra e la vita da profuga negli Stati Uniti, Paese accogliente ma anche inadeguato:

Amal, credo che la maggior parte degli americani non ami come amiamo noi. Non è questione di inferiorità o di superiorità. Vivono in sfere sicure e superficiali, e raramente spingono le emozioni umane nelle profondità in cui viviamo noi. Vedo che sei confusa. Pensa alla paura. Quella che per noi è semplice paura per altri è terrore, perché ormai siamo anestetizzati dai fucili che abbiamo continuamente puntati contro. La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre. E’ un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che di notte ti rode il corpo. Un amore che puoi conoscere solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe o dai proiettili che volevano attraversarti il corpo

Nel dedalo di eventi storici che hanno segnato il conflitto israelo-palestinese è difficile recuperare il bandolo di una matassa intricata da ingiustizie ripetute, rabbia, radicalizzazione dalle due parti, interessi internazionali e indifferenza occidentale, ma la cruda narrazione di massacri e violenze insostenibili denuncia il desiderio della verità storica, l’oggettività che pretende attenzione:

Ma nel nostro campo la sua storia era la storia di tutti, un unico racconto fatto di espropriazione, dell’essere denudati della propria umanità, essere buttati come spazzatura in campi profughi indegni dei topi. Dell’essere lasciati senza diritti, senza casa né nazione, mentre il mondo si voltava dall’altra parte a guardare e ad applaudire l’esultanza degli usurpatori che proclamavano il nuovo stato che chiamavano Israele.

E’ un libro di parte. Ma a volte è inevitabile avere una posizione, specialmente se chi scrive è una dei 30 milioni di esuli di origine palestinese sparsi nel mondo, in questo caso Susan Abulhawa, classe 1970. Specialmente se, è evidente, il mondo “si volta da un’altra parte” e accetta supinamente una sola versione, quella che battezza le politiche israeliane con i nomi di “accordi di pace”, “combattenti per la libertà”.

susan abulhawa
Susan Abulhawa

E’ un libro che inevitabilmente giunge al nodo del fondamentalismo islamico e ritrae Yussuf, fratello di Amal, che abbraccia la causa dell’OLP e “forse” diventa terrorista, per spiegare la genesi dell’estremismo:

La durezza trovò un terreno fertile nei cuori dei palestinesi e i germi della resistenza si radicarono nella loro pelle. Impararono a esaltare il martirio. Solo il martirio offriva la libertà. Solo nella morte potevano essere invulnerabili a Israele. Il martirio diventò il rifiuto supremo dell’occupazione israeliana. -Non fargli mai capire che ti hanno ferito- era il loro credo

All’uscita di questo libro, nel 2010, il filosofo Bernard Henry Levi lo liquidò freddamente come “un concentrato di cliché anti-israeliani e anti-ebrei mascherati da romanzo“, ma affrontare le radici del dolore palestinese merita il nostro rispetto e sforzo di comprensione, a partire dalla conoscenza di un popolo millenario.

Take home message: il conflitto arabo-israeliano, non restiamo indifferenti. Restiamo umani, invece, come raccomandava Vittorio Arrigoni. Andiamo a scavare nella storia e ascoltiamo le testimonianze. Riconosciamo l’umanità e l’universo umano di ogni vittima riportata dai telegiornali, così come le foto dei cadaveri di Sabra e Shatila, nel 1981, sconquassarono la tranquilla indifferenza dell’Occidente: persone soprese dalla violenza nell’intimità del loro quotidiano sopravvivere nei villaggi-baracca del Libano. Vorrei consigliarvi un libro tenero e sintetico sulla vita quotidiana dei profughi Palestinesi, si chiama Pop Palestine (Fidaa Abuhamndiya e Silvia Chiarantini) e raccoglie le ricette di cucina di questo popolo, mescolate al racconto della vita e delle tradizioni e a un’antologia ricchissima di autori palestinesi, fra i quali Susan Abulhawa, alle prese con i sapori e gli odori dei propri cibi tradizionali.

Ogni mattina a Jenin (Mornings in Jenin)
Susan Abulhawa (trad. di Silvia Rota Sperti)
Feltrinelli, 2011
394 p., 10,45 euro

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