Il decoro, disagio e privilegio

E’ il Sabato che segue l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA (novembre 2016) e in una chiccosissima casa-vacanza nel Connecticut un gruppo di amici della borghesia di New York si riunisce mesto per riprendersi, o almeno provarci, da quella che considerano la più grave catastrofe politica delle loro esistenze. Di fronte al loro borghesissimo té, affidato alle cure dello squattrinato collaboratore-cuoco gay Matt, Eva Lindquist lancia la sfida: chi ha il coraggio di chiedere a Siri di assassinare il presidente?

Mai visto un libro, proposto come “comedy of manners“, in cui praticamente tutti i personaggi sono antipatici. Perfino i cani di casa, preziosi Bedlington di razza pura che portano i nomi dei personaggi di Henry James, sono terribilmente odiosi e problematici quasi come Eva, la loro padrona.

Gli altri sono scrittori (o aspiranti), direttori di riviste di nicchia, decoratori, produttori teatrali, e infine c’è un consigliere finanziario, Bruce, marito paziente di Eva, ma anche sensibile e generoso a dispetto dell’immagine che noi tutti ci facciamo di un uomo della finanza. Tutti liberal, illuminati, tutti d’accordo sulle tendenze culturali che animano la loro città e attaccati alla bolla di privilegio in cui vivono. Eppure tutti loro manifestano i segnali di un disagio che va oltre lo sgarbo delle elezioni presidenziali, che rivela nevrosi attempate e la volontà di lasciarsi tentare da uno spiraglio di libertà vera.

In questo libro, che snoda la sua trama a partire dal contratto di acquisto di un appartamento a Venezia, potrete imparare tanto su case e mobili, arredamento e restauri, ma anche sul significato del vivere sicuri e liberi, se fosse possibile conciliare questi due requisiti.

Non lo è per Eva, la padrona di casa apparentemente perfetta, ma in realtà affetta da una terribile mania di controllo che in qualche modo tutti riconducono alle sue origini ebraiche: Eva, infatti, è disperata per l’elezione dell’innominabile presidente perché vi legge i segnali di un possibile ritorno ai tempi della persecuzione razziale e della shoah. Anche per questo medita un buen retiro in Europa, lontana dall’America sfregiata del 2016, contrattando l’acquisto di un appartamento decadente ma costosissimo a Venezia, con l’idea dichiarata di farne il luogo di rifugio nel caso di un ritorno delle persecuzioni razziali.

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Mania di controllo e rigidità emotiva, sono questi i tratti di Eva, per cui il “decoro” non è una questione di arredamenti, è appunto l’esigenza che le persone intorno a lei non escano dai confini del politicamente corretto, non invadano la sfera dell’indicibile e del pudore borghese, come quando Matt parla troppo esplicitamente delle sue avventure sessuali e lei, per tutta risposta, lo allontana senza spiegazioni.

Ma proprio l’ingente costo del capriccio di Eva porterà Bruce sulla via del riscatto personale, seguendo una catena di eventi che lo porterà verso un sorprendente e liberatorio love affair.

Come si scrive una Comedy of manners? di sicuro serve un salotto, anzi più di uno, ogni salotto nel suo decor e nella sua ricchezza riflette il carattere del suo proprietario. Il salotto di Eva, per esempio, ad un certo punto ha bisogno che tutti i divani vengano ricoperti in carta di alluminio per resistere agli assalti dei cani, a sottolinare i livelli di ossessione e mania di controllo della proprietaria. Servono tanti soldi, così i problemi dei personaggi ci fanno un po’ sorridere. Poi ci sono i personaggi, almeno sei o sette, ognuno accuratamente cesellato per rappresentare un vizio o un tic, per portare una vena di comicità al racconto. Nessuno di essi, però, deve oscurare il personaggio centrale intorno a cui tutto ruota. Preso così, Il decoro non fa una piega.

Se non fosse per Jake, l’arredatore personale di Eva, il cinquantenne dal carattere mite e dalla vita misteriosa, che a Venezia è lagato perché trent’anni prima conobbe un amore grandissimo e una tragedia dalle cicatrici enormi.

Perché Venezia, le sue basi – le fondamenta stesse della città – sono un’illusione. Sono le illusioni a sostenerla, e di tutte le illusioni, la più potente potrebbe essere quella di pensare che la città durerà davvero, che non sprofonderà su se stessa e non verrà sommersa da un’onindazione. Così, quando sei là, in quel luogo che onestamente non dovrebbe esistere, in quel luogo contro natura, puoi ritrovarti a immaginare la stessa cosa di te stesso: che non sprofonderai nel fango, non verrai spazzato via da un’onda di marea.

Per farsi piacere questo libro, che peraltro scorre via con discreta eleganza, occorre una buona dose di indulgenza verso le nevrosi della protagonista e i discorsi snob dei suoi amici (che comunque giocano anch’essi a Candy Crush). Occorre amare New York, ma questo non è un problema, e perfino Brooklyn, e qui serve un po’ di pazienza. Occorre una sana curiosità per la letteratura americana di oggi, cosicché non ci si perde quando Aaron parte all’attacco dei più acclamati scrittori:

Bene, allora Jeffrey Eugenides. È un segaiolo. Come quello stronzo di Jonathan Franzen, quello stronzo di Jonathan Lethem, e quel coglione di Jonathan Safran Foer. Tutti questi Jonathan di ‘sto cazzo, sono solo una manica di segaioli.”

“Ecco perché mi piace lavorare con Aaron” disse Sandra. “Ti dice tutto in faccia. Lo trovo tonificante.”

Forse questo libro non resisterà con vigore alla prova del tempo, dopo che l’era di Trump è giunta al tramonto con la fumata grigia del pericolo scampato, ma è sicuramente una lettura piacevole che vi strapperà delle risate e vi lascerà con il sospetto di esservi persi qualche battuta sottile qua e là, in mezzo a tanti riferimenti all’America di (quasi) oggi.

Take home message: carini i libri che parlano di altri libri, quelli che ti fanno sentire male se non conosci i personaggi citati. E bella, bellissima Venezia, anche se qui è solo raccontata.

Il decoro (Shelter in place)
David Leavitt (trad. Fabio Cremonesi e Alessandra Osti)
Feltrinelli, 2020
349 p., 17 euro

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