Fratellino

Ogni volta che, per fare i fichi, li indichiamo come “migranti” (al participio presente, condannati a una condizione infinita e indefinita, né di qua né di là) o “risorse” (inchinandoci al nostro tornaconto monetario, che pone l’economia come misura eccelsa dell’etica occidentale), dimostriamo di non aver capito nulla dell’umanità.

La verità è che dobbiamo chiamarli donne e uomini, individui. Dovremmo chiamarli, uno per uno, con il loro nome. Come il nome di Ibrahima, che dopo questo libro non dimenticherete più.

Guardate la copertina: Un percorso che parte dalla Guinea e attraversa il deserto fino a toccare la Libia, ma poi svia verso il Marocco, e lì sembra fermarsi, ma non è così, perché oggi Ibrahima vive a Madrid e fa il meccanico.

A Madrid c’è uno che fa il poeta, si chiama Amets Arzallus Antia e anche lui viene da una terra lontanissima, i Paesi Baschi, il luogo sospeso fra la Spagna e sé stesso, luogo dalla tradizione millenaria che ha resistito a mille invasioni e ha mantenuto una lingua così pura e originale che i linguisti dicono non è nemmeno indo-europea, è qualcosa di straordinario, imparentato con nessun’altra lingua.

Voi direte “che c’entra?”. C’entra perché capire i concetti è una questione di linguaggi, se un concetto è importante o urgente si racconta senza orpelli e il poeta basco, forte di una lingua che non ha mai accettato compromessi, ha puntato tutto sulla comunicazione chiara ed essenziale, prestando la penna a una voce talmente semplice che si fa spiazzante, vera e dolorosa. La chiarezza su tutto, per un ragazzo che

Non ho avuto il tempo di imparare a scrivere

Perché la sua famiglia era povera, tanto per cominciare, perché a quattordici anni, orfano di padre, ha dovuto fare lui da capofamiglia, lavorando come aiuto camionista. Poi succede che il fratellino Alhassane parte verso l’Europa, ma non ci arriva, quindi Ibrahima va a cercarlo fino in Libia.

Dunque, secondo quello che racconta, Ibrahima non voleva davvero andare in Europa, ma riportare il fratello in Guinea. Invece, seguendo la stessa rotta di migliaia di africani e costretto da una catena di eventi dolorosi, ha finito per approdare in Spagna.

Questo racconto di 112 pagine è la cronaca dell’odissea personale di Ibrahima, carica di dolore ma mai vittimista: la traversata nel deserto, la sete e il dolore fisico, il traffico dei migranti gestito a colpi di kalashnikov, la prigionia in Libia, il viscido ricatto delle popolazioni nordafricane, in qualche modo complici degli abusi dei trafficanti (a un certo punto Ibrahima si ritrova schiavo nell’allevamento di galline di un anziano libico), la violenza della polizia.

Tutti i nostri torturatori erano civili, non militari, gente come me e come te. Anche i torturati, uomini e donne, erano gente come me. Nessuno aveva fatto niente per trovarsi lì. Io ero andato in Libia a cercare il mio fratellino, tutti gli altri con il sogno di un programma per l’Europa. Ma a quelli che ci torturavano tutto questo non interessava.

Ibrahima si ritrova in un ambiente ostile e straniero, fortunato nonostante tutto per essere scampato molte volte alle violenze dei trafficanti libici, ma a un certo punto si ritrova a un bivio: di là c’è il mare, sconosciuto e ostile, di qua, nella via di casa, c’è il deserto che ha già attraversato, contando i morti lungo la strada e le piaghe sul proprio corpo. Il mare fa paura, ma il deserto di più.

Il mare è una tombola. Tu sai che molta gente non arriva dall’altra parte, ma il libico ti dirà “Yallah, yallah!” Anche se il mare è mosso, non importa, continuerò a spingere il gommone, senza preoccuparsi del tempo. L’unica cosa che gli interessa è riempire il gommone e più gente c’è, meglio è.

Alcuni, spaventati, dicono di no, che non vogliono partire, e all’ultimo momento non salgono. … il primo che cade, taf, è sufficiente uno sparo. Lo uccideranno lì sulla riva, potrebbe reclamare i suoi soldi. E non deve tornare al tranquillo e cominciare a raccontare agli altri cosa ha visto in quel porto. Questo diffonderebbe la paura e Baba Hassan perderebbe clienti

Il finale è già narrato, chiaro, ma questo libro ci ricorda che le storie individuali di chi arriva in Europa non meritano la nostra stanca indifferenza e ci impongono di ascoltarle, come nella poesia che chiude il libro e ci imprime per sempre quest’uomo nella nostra mente.

… o semplicemente

tu sei tu

quello che sta leggendo questa poesia.

Ti chiederai

quel tu sono io?

Sì,

se vuoi,

quel tu sei tu,

ma io no,

io sono Ibrahima,

e questa è la mia vita.

Fratellino (Minan)
Amets Arzallus Antia, Ibrahima Balde (trad. di Roberta Gozzi)
Feltrinelli, 2021
112 p, 12 euro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...