Ricordo di un’isola

Odi et amo questo romanzo di Ana Maria Matute, una scrittrice spagnola (1925-2014) di cui poco si sapeva in Italia, se non che a un certo punto ha sfiorato il Premio Nobel (Ricordo di un’isola, uscito a luglio, è datato 1959).

Ana Maria Matute - Scrittrice Spagnola | donQuijote Italia
“Scrivo perché non ho trovato posto nel mondo”

Come sempre è bello scoprire una scrittrice attraverso le raccomandazioni di due grandi autori: si tratta di Mario Vargas Llosa e Julio Cortazar, che dalla quarta di copertina si sperticano di complimenti per un libro che “adoravano e ne discutevano con entusiasmo”.

Altro invece è entrare in questo romanzo con una buona predisposizione (perché amo la letteratura iberica e mi sento in colpa perché l’ho trascurata ultimamente) e trovarci un materiale crudo e risentito, leggermente autocompiaciuto, pare che l’autrice ogni due o tre pagine esclami a sé stessa: “Figo, sto scrivendo un romanzo di formazione!”

Eppure è un romanzo che si fa leggere.

L’isola è la Maiorca rurale e arretrata degli anni della Guerra Civil e la protagonista-narratrice Matia è costretta ad andarci perché, espulsa dal collegio cattolico e orfana della madre, per lei viene decisa questa espiazione nell’isola dove vive la nonna, nell’estate in cui esplode la sua adolescenza impulsiva e ipersensibile. Qui trascorrerà questi mesi riarsi in compagnia del cugino Borja, ambiguo e perversamente crudele

Era dolce e delicato, dico, quando gli conveniva apparire tale davanti a certi adulti. Ma non vidi mai furfante matricolato, imbroglione, traditore peggio di lui; e, neppure, una creatura più triste

Una compagnia che si allarga ad includere altri ragazzini della borghesia isolana, ma anche i figli dei poverissimi contadini e alcuni personaggi dall’aura mitica, come il temuto e venerato “pirata” Son Major, che finisce i suoi giorni nella casa prigione circondata da “palme, con il loro verde sporco e sfilacciato”. Un’isola che sembra incavernata di colpe ancestrali e rei silenzi, incarnati dalla figura autoritaria e paurosa della nonna-cacicco dell’isola. La Guerra Civile che insanguina il Paese e tiene in ostaggio il padre di Matia arriva come un’eco attutita, per i bambini una misteriosa forza respingente e attrattiva che li spinge a replicarla in battaglie improvvisate dove gli schieramenti rispettano crudelmente le classi sociali. Ci vorrà poco perché si accorga dell’ambiguità dei suoi istinti di fronte a tanta ipocrisia, perché il suo spirito di bambina lasci spazio all’inquietudine. Poco perché si innamori di quello fra loro che tutti disprezzano, marchiato dai capelli rossi e dalle origini ebraiche.





Scordatevi la Maiorca da cartolina delle spiagge, gioventù sfaccendata e Rafael Nadal. Il ritratto del paesaggio è fatto di tinte estreme, dalla luce accecante al buio melmoso e umido.

Sull’isola, conobbi il sole, che faceva tremare i fiori nel giardino di Guiem, che attraversava la nebbia trasformandosi in un fuoco umido e lento che evaporava sui calici dei fiori

Anche la casa della nonna era scura e sudicia. C’erano ragnatele e polvere sulle porcellane, sugli argenti e sul vasellame che il re aveva regalato al bisnonno, per le nozze.

Lo stile non mi esalta, è accademicamente perfetto e pur nell’incanto delle descrizioni limpide e incisive, esaltate dalla traduzione bellissima, personalmente mi suona distaccato e greve

Brillavano le prime stelle della sera e il calore del giorno cedette a un vento umido, sceso dal bosco. A quell’ora, le rovine si facevano sinistre, ed era vero che le pietre al centro della piazza parevano annerite e la terra bruciata. Perfino il muschio, che copriva ogni cosa, aveva una ruggine sanguinolenta di cimitero o di pozzo.

Allo stesso tempo, però, questo romanzo così lontano dalle mie attese trasmette una potenza sorprendente nell’immane foresta di simboli che si palesano a ogni paragrafo, di elementi naturali che assumono una dimensione metaforica legata alla perdita dell’infanzia: è così che un cane morto nelle acque nere di un pozzo, un pupazzo malandato portato con sé dal continente, una barca scrostata dalla salsedine, l’odore delle arance appiccicose, una lucertola e mille altri dettagli rendono questo libro formidabile.

La magia dell’infanzia e il disincanto dell’adolescenza si intrecciano lungo tutte le pagine come le volute di fumo delle loro sigarette rubate agli adulti, simbolo ultimo (che oggi sarebbe censurato dallo zelo del politically correct) di un’adultitudine insieme anelata e temuta.

Ricordo di un'isola (Primera memoria)
Ana Marìa Matute; trad. di Maria Nicola
Fazi 2021
232 p.
17 euro

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