Finché non ci ammazzano

Per quelli della mia generazione, cresciuti con Arnold e convinti che il buon nero d’America esiste ed è addirittura felice se affidato alle cure sagge di una famiglia bianca illuminata, è dura liberarsi di un pregiudizio che è grave al pari di quell’imposizione ipocrita che, fino a pochi anni fa, ci costringeva a circonloquire il termine “Nero” o “Black” con amene ipotesi antropologiche, African American per esempio.

C’è voluto che la polizia ammazzasse un ennesimo Africano Americano a Ferguson e che stavolta il fatto fosse amplificato dai media e dai social network perché si incominciasse a dare spazio più costruttivo allo sconcerto e la rabbia dei neri americani e perché si consentisse loro di dar forma autogestita alla propria identità.

… adesso non mi importa tanto che la situazione migliori, piuttosto mi interessa che la situazione diventi onesta

They can’t kill us until they kill us è una raccolta di saggi composti fra il 2016 e il 2017, che prende le mosse dall’analisi della cultura e della musica popolare e rende omaggio a Barack Obama nel momento in cui l’America si consegna, sconcertata e rassegnata, nelle mani del presidente Trump (ci ha messo un po’ a giungere in Italia, nel 2021, grazie all’editore Black Coffee, dopo che l’omicidio George Floyd e il movimento Black Lives Matter hanno ricomposto più chiaramente i principi dell’identità nera negli Stati Uniti).

In realtà la musica (rap, rock, hip hop, bianca e nera) è solo un pretesto per un’osservazione accurata e critica dell’eredità di abusi e ingiustizie sottili e reiterate che sistematicamente la società a matrice bianca perpetra sui neri, e che si riflettono anche nei meccanismi morbosi dello star system:

Sono cresciuto troppo in povertà per guardare con ammirazione al sogno della lenta ascesa della classe lavoratrice. Ammiravo ciò che vedevo quando chiudevo gli occhi, seppur fosse sempre un po’ fuori portata. Appena ho iniziato a guadagnare qualche soldo mi sono comprato tutte le sneaker che vedevo ai rapper del video, perché mi sembrava un modo per prendere le distanze dai giorni in cui avevo il frigo sempre vuoto. … L’unico modo per trasformarsi in un essere inarrestabile è diventare intimi con tutto ciò che altrimenti proverebbe a trattenerti nel pantano in cui ti trovi. La fame non è glamour, ma se messa sotto i riflettori, una volta sfuggiti alla sua morsa, diventa un valore reale.

Peccato solo che fra questi saggi potenti ci sia troppo poco spazio dedicato alle donne nell’industria musicale americana, se non un breve capitolo sulla parabola tragica di Whitney Houston, la star che volevamo nera per sentirci aperti di mente ma abbastanza bianca e ben pettinata perché non turbasse la nostra sensibile estetica

… anche io vorrei sentire the heat with somebody, provare il calore con qualcuno, o almeno vorrei essere un sottoprodotto di tutto quel calore, il fumo che si alza & danza denso nell’aria, un fantasma che aleggia su chi fatica in nostro nome & poi diventa a sua volta fantasma & è un peccato che non ci spuntino le ali se non dopo essere precipitati dal baratro & aver incontrato quello che ci aspetta in fondo & è un peccato avere ancora mani vive & quasi più niente che valga la pena toccare

(Se a questo punto vi sta sfiorando l’idea che Hanif Abdurraqib sia un poeta, avete ragione: l’autore ha esordito come poeta e il vigore delle sue parole è la cosa che più colpisce in questo libro).

L’ordine in cui sono disposti i saggi fa sì che il libro marci a una velocità sempre più vorticosa, quasi come sulle montagne russe, per portare il lettore al punto culminante, fra la povertà ripulita del rock di Bruce Springsteen e la patetica narrativa di Eminem (“Lo scherzo del rapper bianco”), fra i ricordi di Ferguson e la morte della madre, fra l’adolescenza in seno a una famiglia islamica prima e dopo le Torri Gemelle e i capitoli-refrain dedicati a Marvin Gaye. Personalmente mi ha emozionata il racconto dell’esibizione di Prince all’Halftime del Super Bowl nel 2007, sotto la pioggia: un pezzo che sembra accarezzare Paul Auster nella cronaca dettagliata di un evento mirabile, di quelli che, mentre assisti, sai che passeranno alla storia e daranno i brividi a generazioni a venire

E’ così, un rollercoaster, montagne russe, il modo più semplice che mi riesce per descrivere le emozioni di questo libro. Qualcosa che lascia un senso di amaro in bocca e di disagio per aver bevuto anch’io, per troppi decenni, la storia del nero felice.

Voglio essere assolutamente chiaro: serve ben più che amore e gioia. L’amore e la gioia da soli non liberereranno l’America dalla sua stratificata storia di violenze, che esiste da molto prima che ciascuno di noi venisse al mondo. Quella cultura violenta rimane inamovibile, nonostante le preghiere e il dolore che le lanciamo contro. E’ così radicata negli ingranaggi dell’America che le sue dita avvolgono qualsiasi nostro processo decisionale, regolano il linguaggio con cui verbalizziamo il fatto di resistere e sopravvivere.

Finché non ci ammazzano (They can't kill us until they kill us)
Hanif Abdurraqib (trad. di Federica Principi)
Black Coffee, 2021
308 p., 18 euro

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