La penultima illusione

Sono dell’idea che invecchiando si può solo peggiorare, aguzzando gli spigoli del carattere e indurendo la scorza.

Ciò detto, l’età avanzata regala, ai fortunati che ci arrivano in salute e spirito, la libertà più genuina: di pensiero, di parole, di azioni.

Non so se è questo lo spirito che ha mosso Ginevra Bompiani nello stendere una biografia che conduce due riflessioni in parallelo, sul passato e sul presente della nostra nazione, in piccoli pezzi che si muovono fluidi costruendo una linea del tempo originalissima e coerente.

Nel presente c’è l’ottantenne, allegramente ignara dei limiti della vecchiaia ed energicamente impegnata a seguire l’impaesamento di N. in Italia, fra Roma e la villa nelle campagne senesi. N. è una minore straniera non accompagnata, che proviene dalla Somalia portando sulle spalle il suo carico di ingiustizie e traversie, segnata nel fisico e nella mente. Il diario racconta le giornate spese a conoscersi, a scontrarsi e poi trovarsi

Ero convinta, e lo sono ancora, che l’ “impaesamento”, cioè il salto in un’altra cultura, passi attraverso il contagio della bellezza, cioè di qualcosa di cui non so spiegare la natura, l’utilità o l’impiego, se non additando una diferenza: questo è bello, quello no. E’ in me che la voglio impaesare? Forse sì. … La sto colonizzando?

Se deve fare l’apprendistato della nostra cultura, io dovrò fare quello della sua. Se lei si impaesa in me, io mi dovrò impaesare in lei. Non c’è niente di neutro nel condividere la differenza. Me ne accorgerò poco a poco. Il contagio è vicendevole, così come l’abisso.

Sullo sfondo del lockdown del 2020 che Ginevra affronta con disincanto e una decisa vena polemica, la narrazione della sua vita scorre in paragrafi che raccontano l’infanzia segnata dalle malattie, la sfortunata carriera scolastica, il lavoro in casa editrice e poi la fondazione di una propria, nottetempo, cui dedica le pagine più appassionate; fino agli incontri con personalità gigantesche, fra cui primeggiano Umberto Eco, Italo Calvino, Adolfo Bioy Casares, le amiche Rossana Rossanda e Luciana Castellina. All’ultimo, i viaggi, i progetti di fondare biblioteche nei Paesi più sfortunati (Somalia, Bosnia), l’impegno politico “a sinistra” senza mai farsi inquadrare, le malattie che non spostano la sua irrefrenabile energia creativa.

Ne risulta una narrazione affascinante che a volte spiazza, altre indispone, altre ancora commuove per l’onestà

Ho lasciato andare tante cose. Le ho consumate e abbandonate … non si erano esaurite, se non dentro di me. A ciascuna di loro avrei potuto dedicare la vita, e invece no. Quando ho smesso di inventarle le ho lasciate andare. E le persone, forse è lo stesso: anche loro, quando non so più inventarle, senza lasciarle proprio andare, le ripongo. Alcune di loro, però, per quanto morda nella polpa, mantengono illeso il loro enigma. Non si consumano. E’ all’enigma che resti fedele.

Fra le pagine più brutalmente oneste c’è quella in cui ricorda Vittorio Sgarbi e i suoi mezzucci per ottenere una prefazione di Valentino Bompiani (allora morente), le squallide trame del baronato accademico dell’università di Siena, la querula vincitrice di un premio Campiello che parla con disprezzo di Carlo Fruttero e di cui, cinicamente, Ginevra Bompiani non si degna nemmeno di scrivere il nome.

La penultima illusione è un libro che trabocca dei suoi personaggi e commuove con lo scorrere fluido dei ricordi, il predominio del pensiero affettivo e l’irresistibile spinta all’ospitalità, dentro case che si impregnano di affetto, fra vecchi morenti e giovani inquieti. E’ un libro che ho deliberatamente letto piano perché le parole di Ginevra Bompiani hanno un loro peso specifico che sbriciola ogni frase fatta, perché la pregnanza delle riflessioni dà il giusto risalto a una vita spesa con coerenza e un incontenibile senso di giustizia e perché il senso ultimo di questa storia, almeno per me, è un principio semplicissimo, forse banalotto, ma immensamente giusto: tutto quello che abbiamo avuto, dobbiamo cercare di restituirlo.

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