Crossroads

Partiamo dal titolo, che non è tradotto perché nel romanzo è il nome di un’associazione giovanile cristiana intorno alla quale orbitano tutti i personaggi della storia. Un gruppo che prende il suo nome dal titolo di una canzone Blues, poi scopiazzata dai Cream, e questa storia già da sola anticipa il senso di disappropriazione ed estraniamento che è il registro di tutto il libro.

Protagonisti sono una famiglia del Midwest: Russ Hildebrandt, ministro della Chiesa Riformata, in una prevedibile quanto patetica crisi di mezza età in cui c’entrano la giovane parrocchiana Frances e il capo carismatico Rick Ambrose, la guida spirituale del gruppo Crossroads che da responsabile della pastorale giovanile gli suscita un’ingiustificabile rivalità e con il suo strano fascino ricorda Fu Manchu, ma velatamente suggerisce analogie con il torbido carisma di Charles Manson. A casa invece c’è la moglie estraniata Marion

Invisibile anche ai suoi figli, resa anonima dalla densa, tiepida nube di mammità attraverso cui la percepivano.

di lei si sveleranno, dal lettino di un’improbabile psicanalista, un passato scomodo e il demonio della malattia mentale.

Infine vengono i tre figli adolescenti Clem, Becky e Perry, oltre a un quarto figlio, unica creatura innocente, di nome Judson. La tragedia familiare degli Hildebrandt consiste proprio nella trita ribellione dei tre figli maggiori ai postulati morali della famiglia middle class-poraccia, che culminano proprio nell’adesione a Crossroads quando lo scontro fra Russ e Rick è al suo apice.

Clem non rispettava più il vecchio. Dopo avere scoperto la sua fondamentale debolezza, ora la vedeva in continuazione. […] Lo sentiva screditare il nome di Rick Ambrose perché piaceva ai giovani, lo sentiva ricordare che aveva marciato con Stokly Carmichael e lottato per desegregare la piscina a gente che se lo ricordava benissimo…

La trama scarna (Russ che tradisce la moglie, Clem che decide di arruolarsi in Vietnam contravvenendo ai principi pacifisti del padre, Becky che sogna di fondare una rock band con il ragazzo che ama, Perry che si lascia avvinghiare lentamente dalle spire della tossicodipendenza) è solo il pretesto per una rappresentazione psicologica dei personaggi che è finissima, quasi fino a diventare fastidiosa, insieme a un affresco della società americana degli anni Settanta, agli sgoccioli della guerra in Vietnam e nel mezzo di una profonda trasformazione della coscienza nazionale.

L’autore è bravissimo a registrare i moti della mente, attingendo alla psicanalisi ma anche ai concetti cristiani della colpa e della punizione. Così bravo, in effetti, che a me ha fatto l’impressione di quelle persone coltissime che all’inizio ti seducono con la conoscenza e la capacità di raccontare, poi ti fanno sentire un po’ piccoletta, e qui si insinua il dubbio che a monte ci sia una manipolazione sottilmente deliberata, e infine diventano odiose in virtù degli stessi motivi che all’inizio le rendevano così sexy. Mi sono ricordata anche del giudizio poco incoraggiante che ne dà uno dei personaggi de Il decoro (“quello stronzo di Jonathan Franzen”).

Ma questa sono io.

Il libro scorre bene e si fa leggere, garantito, in particolare la storia del secondogenito, l’acutissimo Perry, e delle sue traversie con la droga e la malattia mentale. La narrazione dei suoi stati alterati è drammatica e affascinante e non può sfuggire il ricordo del più caro amico di Franzen, David Foster Wallace, anch’egli “a bonkers-level white teen genius addict trapped in ’70s Illinois.”

Lo stile? La prosa è scorrevole, dialogata, direi sicuramente ben rodata, niente di rivoluzionario. Mi è piaciuto piuttosto il dilatarsi della trama che si snoda fra le due ricorrenze festive del Natale e della Pasqua (giusto per rimanere in tema religioso), ma infine fa un salto temporale di due o tre anni e consegna a una lettera (da Marion a Clem), l’evoluzione della storia nell’ultimo scorcio del romanzo.

Crossroads
Jonathan Franzen ; trad. di Silvia Pareschi
Einaudi, 2021
629 p., 22 euro

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